“Shhh fai silenzio, altrimenti non sento”. “Abbassa il volume, che se no non si capisce niente”. Quante volte abbiamo detto queste frasi, ma sappiamo davvero cos’è il silenzio?

Bentornati nella nostra rubrica Appunti, dove ogni volta approfondiamo un termine o un concetto all’apparenza semplice ma che nasconde all’interno un sacco di problematiche.

”Silènzio: Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione“, questa la definizione da dizionario, ed è ovviamente corretta ma, musicalmente parlando, cosa crea l’assenza della musica stessa?

Fin dai tempi di Aristotele, si è sempre affermato che “la natura rifugge il vuoto“, e da qui abbiamo il termine ”Horror Vacui”, la paura del vuoto, e la conseguente tendenza a riempire ogni spazio disponibile con ogni decorazione possibile. Nella musica questo concetto è stato mutuato e nei primi tempi tutto veniva riempito con abbellimenti o contrappunti (vedremo cos’è un contrappunto nei prossimi articoli) estremamente complessi e fitti; nel tempo questo concetto è stato rimodellato e il ”vuoto”, il silenzio, è in realtà qualcosa che riesce ad emozionare, addirittura riesce a dare un senso a quello che ascoltiamo.

The Fall of Babylon, Jean Duvet, 1555

Da sempre, il suono è sempre stato qualcosa che poteva (e quasi doveva) sottolineare le emozioni, le tensioni e tutto ciò che succedeva in scena: volete qualche esempio?

Prendiamo un‘opera a caso, la Traviata per esempio. Quando Violetta, nel terzo atto, si ritrova sola e gravemente malata e dice addio ai suoi sogni di giovinezza, la musica la accompagna e sottolinea tutto il dolore che prova in quel momento. Con del silenzio, la scena non sarebbe stata la stessa.

La musica però, non è fatta solo di suoni: eh già, perché essa è fatta anche di spazio, e con spazio intendo il momento prima che inizi una frase, il momento subito dopo che finisce. Di fatto, stai quindi ascoltando lo spazio tra le note, ed è in quello spazio che il cervello realizza (e analizza) ciò che ha sentito, costruendo tensione ed emozione.

Più avanti andiamo nel tempo, più abbiamo l’emancipazione del silenzio. Uno dei primi grandi esempi è l’opera Pelleas et Melisande di Debussy: abbiamo visto come, nella Traviata, la musica sottolinea uno dei momenti più importanti; ecco, quando Pelleas et Melisande si dichiarano amore, proprio sul Je t’aime l’orchestra tace completamente. È proprio il silenzio orchestrale che in questo caso sottolinea l’importanza di quel Ti Amo, accentuandone il peso e il valore: rimanendo da sole, quelle parole risuonano nella mente dello spettatore.

Il silenzio quindi è di fondamentale importanza nella musica, ma cosa accade quando esso diventa la musica stessa?

È il caso di John Cage e il suo brano 4’33”, brano nel quale non sentiremo nemmeno una nota. Certo, siamo nel 1952, anni in cui le composizioni sono spesso provocatorie, sperimentali, ma in questo caso non si tratta di puro sperimentalismo e arte provocatoria: questo brano è un vero e proprio concetto filosofico.

In 4’33” abbiamo assenza di note, ma attenzione, non assenza di suono: manca la volontà di organizzarlo questo suono, lasciando tutto il processo compositivo in mano al mondo esterno. La musica per Cage diventa quindi qualsiasi evento sonoro percepito come tale. Stiamo quindi parlando di silenzio inteso come assenza di organizzazione sonora dettata da un compositore, ma non di silenzio totale: potremmo quasi dire che il silenzio vero e proprio non esiste, dimostrando che il suono fa sempre parte della realtà, anche quando non direttamente prodotta da un autore.

Il brano è costruito in 3 movimenti, senza note abbiamo detto, ma con un dettaglio importante: il tempo. Ogni sezione ha un tempo prestabilito che, sommati, danno appunto 4 minuti e 33 secondi. Questa particolarità va anche a sottolineare il fatto che il tempo è un’esperienza concreta e vissuta (con un riferimento al filosofo francese Bergson)

Anche la durata non è casuale: 4 minuti e 33 secondi equivalgono a 273 secondi ed è, probabilmente, un riferimento allo zero assoluto (-273.15 gradi Kelvin), temperatura fisicamente irraggiungibile esattamente come il silenzio assoluto.

Per Cage non è il primo esperimento col silenzio: abbiamo infatti anche il duetto per due flauti del 1934, che comincia con un grande momento di silenzio e abbiamo poi Waiting, scritto pochi mesi prima di 4’33”, il quale è costituito quasi totalmente da silenzio interrotto solo da un breve ostinato.

Ora che sappiamo cos’è il silenzio, pensate che ascolterete più attentamente? O semplicemente in modo diverso? La consapevolezza che esiste uno spazio sonoro anche dove sembra assente, cambierà la vostra percezione della musica?

Fatemelo sapere!

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