La musica, l'opera...cose da "vecchi", no? E se, invece, la raccontassimo con i mezzi moderni? È il caso di Martino Ruggero Dondi, direttore e divulgatore musicale seguitissimo sui social. Martino è laureato in storia, in filosofia (tutte rigorosamente con lode) e, ovviamente, ha una formazione musicale di tutto rispetto: si laurea al Conservatorio G. Verdi di Milano in pianoforte, studia composizione e direzione d'orchestra. Oggi abbiamo il piacere di intervistarlo qui, su Interferenze affrontando temi di estetica musicale e idee della musica di ieri e oggi!

Bentornati in Dialoghi, la rubrica dove incontriamo i protagonisti del settore musicale odierno!

L: Ciao Martino! Se sei pronto, comincerei subito con le domande!

MRD: Vai! Cominciamo.

L: Perfetto! Nel tuo sito web (www.martinordondi.com), nella sezione della tua biografia, leggiamo che i tuoi studi si svolgono ovviamente in Conservatorio, il G. Verdi di Milano, ma hai anche svolto studi di stampo più umanistico, tra cui storia e filosofia, tutti conseguiti brillantemente tra l'altro; ti chiedo, hai trovato un fil rouge fra tutti i tuoi studi? La musica è predominante in questo, e se sì, in che modo?

MRD: Certamente, ma in realtà tutta la mia formazione è qualcosa di organico. Sono andato sempre alla ricerca di un qualcosa che nemmeno io sapevo esattamente cosa fosse (non che adesso io lo sappia esattamente), ma sono riuscito a trovare delle "zone di interesse": ho individuato, diciamo, dei modi di pensare, di elaborare le cose, dei criteri. Criterio deriva dal greco Crino (separare, distinguere, giudicare, ndr), compiere un taglio netto sulla realtà, ed è esattamente quello di cui ci serviamo per comprendere le cose e per studiarle. La musica ha rappresentato la disciplina, mentre la filosofia il metodo. Sono sempre state molto legate, ho iniziato con storia che era la mia passione da liceale e successivamente mi sono spostato sulla filosofia, dato che le domande che mi facevo non trovavano risposta ma bensì trovavano riscontro e soddisfazione in una ricerca di stampo filosofico. Pochi filosofi si sono occupati di musica, essendo essa un'arte meno alla portata di tutti, ed è sempre stato così, dato che studiare il suono è una cosa a cui ci siamo sempre dedicati poco: la scrittura, la letteratura, la frequentiamo costantemente perché da piccoli impariamo a parlare, iniziamo ascoltando, poi parlando, leggendo, scrivendo, facciamo analisi logiche ecc ecc...Abbiamo quindi una conoscenza della lingua profonda. Per il mondo della visione, dell'arte visiva, vale lo stesso discorso: vediamo sin da piccoli, siamo abituati a farlo. Il mondo sonoro è come se fosse "meno utile" per la quotidianità, meno foraggiato dallo Stato in generale, meno presente nella formazione dell'individuo. Anche per questo non molti filosofi si sono dedicati a tematiche musicali e, spesso, quando l'hanno fatto, l'hanno fatto in maniera ingenua. Ho studiato un filosofo americano, Arthur Danto, che ha scritto un testo che si chiama La Trasfigurazione del Banale e, nelle pagine che dedica alla musica confonde l'opera d'arte (musicale, ndr) in quanto qualcosa che si ascolta, con lo spartito, mero strumento "stenografico" dell'arte. Esiste, ovviamente, della letteratura filosofica musicale (tutta la scuola di Peter Kivy, Adorno ecc) ma, a livello di numero, insignificante rispetto alla letteratura per le arti visive o letterarie. Tutto ciò per dire che, nel mio percorso, musica e filosofia sono sempre andate a braccetto.

L: Ecco, mi piacerebbe approfondire il ruolo dell'insegnamento musicale: tu hai giustamente accennato a come, sin da piccoli, ci approcciamo alla lingua, in maniera involontaria alla visione, ma lo studio del suono, della musica, è una scelta volontaria e consapevole; parliamo quindi del sistema di insegnamento musicale: secondo te, le scuole di musica, i conservatori per esempio, preparano per la realtà professionale? O è solo un modello ideale?

MRD: Innanzitutto, bisogna capire che, spesso, viene dato per scontato che la formazione musicale e quella professionale siano due cose che si sovrappongono: non è cosi. I conservatori non preparano alla dimensione professionale, una volta uscito nessuno ti ha realmente spiegato qual è il mondo lavorativo musicale, quali sono i passi da fare ecc, ma non è necessario, non è il loro ruolo. Il ruolo dei conservatori è formare l'individuo, dargli strumenti per orientarsi nella dimensione musicale, insegnare la tecnica di qualunque strumento, far acquisire la capacità analitica di qualsiasi epoca, genere ecc ecc...Una volta laureato si apre tutt'altro mondo, ma come per qualsiasi disciplina artistica. Didatticamente parlando, io ho fatto un percorso un po' mio, ma come chiunque fa (e deve) fare un percorso suo. Io sono diplomato in pianoforte col vecchio ordinamento e in direzione col nuovo ordinamento, ho visto quindi il passaggio da una cosa all'altra. Tutto, secondo me, dipende dal singolo allievo, da come si approccia alle cose: c'è questa ricerca e ideale del piano di studi perfetto, ma non esiste e non potrà mai farlo, perché le variabili, le cose fondamentali, sono persone, insegnante e allievo, e cambiano costantemente. Sicuramente è importante avere un buon insegnante di strumento, altri miei compagni hanno spesso cambiato e questo è indubbiamente un problema, ma non del conservatorio, è un problema irrisolvibile dell'insegnamento. Insegnare è una cosa difficile, e saperlo fare non ti viene spiegato, è una materia a parte a cui si cerca di far fronte coi famosi corsi (corsi di abilitazione 60 crediti, ndr) ma non è che se ottieni 12 crediti in pedagogica diventi immediatamente un pedagogo. Si ha a che fare con un altro essere umano, non è solo un travaso di sapere, è una relazione, è sapersi relazionare. Ci sono insegnanti atroci che distruggono gli studenti psicologicamente, che li umiliano, altri sono lassisti che non si impegnano minimamente...

L: discorso sicuramente molto complesso quello dell'insegnamento, come tutte le relazioni umane, d'altronde. Sempre riguardo l'insegnamento musicale, pensi che ci sia un eccesso di ricerca di perfezionismo tecnico rispetto alla ricerca artistica?

MRD: Sicuramente la tecnica è quella più facile da valutare, da insegnare, da trasmettere, dato che è facilmente definibile da un punto di vista oggettivo. Se sbagli una nota, quella nota l'hai sbagliata, non ci sono vie di mezzo: o è cosi o non è cosi, o è vero o è falso, giusto o sbagliato. Per questo si tende a dare molto peso alla tecnica, è quella più facilmente valutabile. Trovare dei criteri oggettivi, universalmente condivisibili, per valutare la dimensione più artistica, la famosa interpretazione, è molto più difficile; bisogna capire qual è il senso del fare musica. Io penso che la dimensione tecnica sia puramente lo strumento: una volta che hai capito come si suona il clarinetto e lo padroneggi al massimo, tu hai il tuo strumento, ma altro non resta che uno strumento. É come avere un aratro: hai l'aratro, ok, ma ora devi arare il campo, se non sai come usarlo (o se addirittura non hai un campo) il tuo aratro può essere il migliore del mondo, ma resta uno strumento inutile. Temo che molti vedano nel raggiungimento tecnico l'obbiettivo finale: alla fine devi imparare a fare le note giuste, il più velocemente possibile e via. Non è cosi. Come detto, bisogna interrogarsi su cosa vuol dire fare musica, bisogna quindi tirare in campo l'analisi, saper comprendere lo spartito, il che ti permette di usare al meglio questo strumento che hai. Tu hai dei suoni, ma metterli in fila uno dopo l'altro non basta per fare musica: è come mettere un sacco di parole in fila, non hanno significato. Esso emerge nel momento in cui questi suoni, queste parole, vengono messe in relazione. L'oratore ha due strumenti a proprio vantaggio, il volume e il tempo (la dinamica e l'agogica): quando qualcuno parla infatti pone un accento su determinate cose, va più veloce su altre, si sofferma su alcune, dice qualcosa più forte, qualcosa più piano ecc ecc... Ma questo a che serve? Proprio a dare senso e direzione al discorso, a creare un significato in ciò che si dice. In musica, c'è questo erroneo pensiero che dinamica e agogica siano due questioni strutturali, da rispettare in modo accurato come si rispetta una nota (se c'è scritto Sol suono Sol, non La). Questo però non è completamente vero: certo, una dimensione strutturale esiste, ovviamente se il compositore richiede una certa dimensione dinamica e agogica va rispettata ma siamo noi, con gli strumenti che abbiamo, che dobbiamo dare un senso alle cose. Se scrivo forte, la dinamica non è identica per otto battute, ma è il risultato della relazione tra i suoni, stesso discorso per l'agogica e i tempi metronomici. Sergiu Celibidache (direttore, ndr) diceva che lo spartito è solo la stenografia della musica, è un appunto, è il segno imperfetto di qualcosa che bisogna ricreare, ed è ovvio che il compositore non possa scrivere tutto: sta all'esecutore, ai criteri che si è formato, riuscire a dare un senso a questa stenografia.

L: La fedeltà al compositore è quindi una mera illusione?

MRD: È come la questione tecnica: si vuole risolvere la dimensione musicale e artistica con criteri oggettivi, dicendo questo è giusto e questo è sbagliato e qual è il modo più semplice di farlo? Dire che abbiamo uno spartito che è così e che dobbiamo rifarlo il più uguale possibile, e perché è così? Perché l'ha voluto il compositore, e chi è il compositore? Colui che ha creato lo spartito, il padre dell’opera d’arte, e quindi avrà per forza ragione lui. Si fonda quindi su un principio di autorità: è da fare così perché il compositore voluto così. Ma questo è un pensiero fondamentalmente sbagliato: noi continuiamo ad ascoltare Beethoven, a leggere Dante, non perché Beethoven e Dante avessero un significato per loro stessi e per i loro contemporanei, ma perché hanno un significato per noi. L'arte vive grazie ai contemporanei, grazie agli ascoltatori, ai lettori, agli osservatori, non vive grazie al passato. È per questo che ci sono opere che hanno avuto un grande successo in un certo periodo e sono poi scomparse completamente, o poi riscoperte in un secondo periodo. La verità dell'arte non esiste, e anche se dovesse esistere non corrisponde alla volontà del compositore che è un individuo come tanti altri che, essendo morto e quindi impossibile da contattare, viene mitizzato, si ha questa idea magica del compositore. Prendiamo per esempio i poeti, i poeti che leggono le loro poesie sono spesso pessimi, perché non è il loro compito, il loro compito è quello di scrivere; un attore reciterà una poesia meglio del poeta stesso e, analogamente, l'esecutore suonerà meglio una composizione del compositore stesso: ma non si tratta solo di tecnica, ma proprio dal punto di vista del pensiero, è abituato ad analizzare, a cercare un senso nelle cose, quando invece il compositore questo senso cerca di crearlo. Sono stadi diversi dell'arte, ci sono tre stadi dell'arte: creazione, esecuzione, fruizione, e quest'ultimo è dove trova compimento l'arte stessa. L'opera d'arte, infatti, non esiste così, eterea, ma esiste lì, in quel momento perché io, te, noi, la vediamo, ne fruiamo. Concettualmente la Gioconda non esiste, esiste io che che vedo la Gioconda, io che leggo quel libro. Per la musica ancor di più, perché è ancora più eterea, non c'è l'oggetto fisico (spartito a parte che, come abbiamo detto, non è l'opera d'arte), non è tangibile, la musica è quando viene eseguita e quando io la ascolto. Tutto questo per dire che, se partiamo da questa idea, cade completamente il principio d'autorità del compositore: egli ci lascia una stenografia, che nell'immaginario comune dobbiamo prendere e ripetere all'infinito ma non è così, altrimenti entriamo in una dimensione completamente museale che, in ambito musicale, secondo me non ha alcun senso.

L: Punto di vista assolutamente interessante e che meriterebbe un articolo a sé. (Chissà, magari più avanti ne potremmo parlare più approfonditamente nella nostra rubrica Appunti). Facciamo una deviazione: i più ti conoscono come divulgatore social, questo articolo si chiama infatti L'Opera Social. Come pensi che evolverà la musica, la divulgazione o banalmente la conoscenza di essa, nell'ambito dell'online?

MRD: Guarda, io uso i social come mero strumento, senza davvero conoscerli a pieno: io carico video, fondamentalmente. Non ne sono un fruitore intenso, non so ben dire come si svilupperanno. Posso dire come indubbiamente si è sviluppata finora: io appartengo a una generazione che è cresciuta e che ha creato la sua conoscenza musicale su internet. I miei primi ascolti erano sull'iPod, che mettevo su delle casse, e quindi io la musica la ascoltavo così. È arrivato poi YouTube, dove io stesso ho scoperto tante cose, ma per esempio io non uso Spotify, non l'ho mai usato.

L: Dove ascolti la musica?

MRD: Io tendenzialmente non ascolto musica, ne ho ascoltata talmente tanta in adolescenza... Io vivo ovviamente immerso nella musica, la suono, la scrivo e la penso costantemente, quindi quando dico che non la ascolto non intendo dire che non è ho a che fare, ma che ho trovato altri modi di fruirne che non sia quell'ascolto costante, quasi ossessivo, che facevo durante l'adolescenza. Inoltre, non può più essere sottofondo: io facevo le versioni di latino ascoltando musica. Questa cosa non la faccio più, nemmeno durante le azioni più quotidiane come cucinare o fare workout, perché ha troppo senso per me, mi distrae troppo e quindi non riesco più a ridurla a mero sottofondo. Quando la ascolto, è un ascolto concentrato, è proprio uno studio. Quindi non ascolto più di tanto la musica, quando mi capita uso principalmente YouTube. La riproducibilità tecnica della musica è fondamentale per come essa viene vissuta, viene studiata: cento, centocinquanta anni fa per ascoltare la musica dovevi andare in determinato posto e sentirla lì, non te la portavi a casa e la riascoltavi. I compositori, tutti quelli che studiamo, sono cresciuti così. Tra l'altro, è interessante pensare che molti di loro ascoltavano pochissima musica, soprattuto quella di altri: non è un pensiero comune ma Schubert, suonava e ascoltava Schubert! Sicuramente suonava un po' di Beethoven, di Mozart ma soprattutto ascoltava e suonava se stesso. Oggi possiamo ascoltare tutto, in ogni momento e per tutto il tempo che vogliamo. Tornando alla domanda, credo che i social siano una dimensione del nostro mondo, non so come e cosa si possa fare più di quello che abbiamo oggi ma sicuramente faranno sempre parte della nostra realtà.

L: Sicuramente la tendenza ad ascoltare tutto in ogni momento ha i suoi lati negativi e quelli positivi ma quello che mi chiedo, e che ti chiedo, è: c'è un brano sul quale, dopo averlo ascoltato o diretto più volte, hai cambiato opinione? Che sia una concezione diversa, un giudizio tecnico ecc..

MRD: Assolutamente si, costantemente. Ogni volta che prendo in mano un brano che già conoscevo scopro cose nuove, non si smette mai. Trovo affascinante il fatto che ci sia una ricchezza di significato musicale che sembra inesauribile, non tanto perché sia inesauribile l'oggetto, ma perché lo sono io, io soggetto, io musicista, sono io, noi, che cambiamo e quindi sono io che trovo sempre cose nuove che prima non c'erano e adesso invece ci sono. Forse è per questo che direttori d'orchestra e strumentisti si sono progressivamente concentrati sempre su meno brani, perché se un pezzo lo conosci a fondo allora le strade sono due: o lo ripeti uguale all'infinito, e allora non c'è più alcuna ricerca, oppure questa ricerca la fai diventare sempre più profonda. Quando conosci bene qualcosa, e quindi già ti dice molto, ti rendi conto che questa cosa può darti sempre di più. Credo funzioni così per ogni ambito artistico.

L: Ripensando al fatto che abbiamo la possibilità di ascoltare tutto di tutti, pensi che oggi l'ascolto sia più superficiale, semplice o semplicemente diverso?

MRD: Tutto dipende da chi ascolta. Tutti i discorsi che cercano di dire "oggi è peggio, ieri era meglio" "no invece oggi è meglio" danno per scontato che ci sia solo quell'elemento che cambia, ma mentre cambia quello ne cambiano altri mille: banalmente oggi siamo molti di più (ad ascoltare musica, ndr), 150 anni fa chi lo faceva? Molta meno gente, chi leggeva? Pochissimi, molti erano analfabeti, quindi è chiaro che se prendiamo 100 persone di un tempo che leggono e poi ne prendiamo altre 10.000 di oggi, su 100 persone di allora 10 andavano a fondo nella lettura mentre oggi su 10.000 ne abbiamo 1.000 che approfondiscono: certo, il numero di persone che leggono è più alto ma la proporzione è la stessa; il numero più alto di lettori odierni, di ascoltatori, ci fa percepire un maggior numero di letture superficiali, ma non credo che sia altro una percezione. Capiamoci, l'ascolto è tendenzialmente superficiale, l'essere umano sta per sua natura in una dimensione media in qualsiasi cosa: siamo tutti su una gaussiana, in qualsiasi ambito noi ci troviamo. Se prendi un tot. di ascoltatori, pochi avranno un ascolto particolarmente profondo e pochi uno molto superficiale, la maggior parte rimane in una via di mezzo. È difficile dire quindi se siamo più superficiali, chiaramente rispetto a un compositore dell'800 chiunque di noi lo è. Per questo motivo potrei tendere sul si, siamo più superficiali, però oggi molte più persone studiano musica quindi per quest'altro motivo ti potrei dire di no: magari è uguale, a livello strettamente numerico e proporzionale, c'è molta più gente che ha a che fare con la musica, molti più studenti di conservatorio educati ad ascoltare, e molta più gente che invece può fruirne, come abbiamo detto, in ogni momento e luogo.

L: Stiamo giungendo alla fine di questa intervista ed è quindi il momento della nostra domanda di rito: se avessi davanti un giovane musicista, quale sarebbe il consiglio più spassionato che ti sentiresti di dargli?

MRD: Di lasciarsi travolgere dalla ricchezza della dimensione musicale, senza pensare a ottenere dei risultati particolari (vincere concorsi ecc ecc). È importante coltivare costantemente la curiosità per ciò che facciamo, lasciarsi sempre stupire da ciò che si ascolta e che si suona. Non è obbligatorio fare musica, non lo è nemmeno ascoltarla, non è obbligatorio diventare musicisti, sotto certi punti di vista proprio non conviene; ma se lo fai, è perché c'è un significato forte. Parafrasando Rilke nelle Lettere a un giovane poeta: …domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io fare musica? Se la risposta è sì, allora quella è la strada da seguire.

L: E con questa bellissima citazione, io ti ringrazio davvero di cuore di aver partecipato a questa intervista, il tuo punto di vista su Interferenze è stato illuminante e fondamentale!

MRD: È stato un piacere per me partecipare!

Si conclude qui l'intervista a Martino Ruggero Dondi, speriamo che per voi sia stato emozionante leggerla quanto per noi lo è stato svolgerla! Vi lascio qui di seguito il link al profilo Instagram di Martino, per chi già non lo seguisse, e noi vi aspettiamo con le prossime interviste e tutti gli appuntamenti delle nostre rubriche!

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