Pianista e divulgatrice, Giulia Mir, che ad oggi vanta 30 mila follower su Instagram, riesce a coniugare la musica classica e la musica leggera, genere ascoltato più di ogni altro ma spesso additato come “semplice” e “banale” dall’ambiente classico. Scopriamo assieme il pensiero musicale classico e meno classico di Giulia!
Bentornati quindi nella nostra rubrica Dialoghi, dove ogni volta cerchiamo di dar voce alle giovani menti dietro alla musica!
Lorenzo Fagone: Quello che mi piace molto del tuo modo di comunicare è il fatto che riesci a collegare facilmente musica classica e musica leggera. La musica classica, secondo te, è un problema di linguaggio per i giovani, per i non addetti ai lavori? O è un problema di contesto?
Giulia Mir: Secondo me è più un problema di contesto che di linguaggio; è vero che è sicuramente un linguaggio meno immediato, ma lo è per noi oggi, per la concezione che abbiamo di cultura in generale e di come usufruiamo di queste cose. Un tempo la possibilità di godere di una certa cultura e di certe forme d'arte era effettivamente una cosa elitaria. Invece oggi, grazie a tutta una serie di evoluzioni (come l'avvento della società di massa nel novecento), la cultura è diventata una cosa relativamente per tutti, almeno a livello di possibilità di fruizione, soprattutto per quanto riguarda i dispositivi tecnologici: un tempo tu potevi sentire le sinfonie di Beethoven solo se avevi la fortuna di andare a teatro e poterle ascoltare. Da quando la musica viene registrata, di fatto, anche il gap economico e culturale necessario per fruire di una certa forma d'arte si è rimpicciolito sempre di più. Oggi basta avere un accesso a internet per ascoltare le sinfonie di Beethoven. Il problema è che la possibilità di accesso non è stata accompagnata da un effettivo sostegno e un'educazione a godere di una certa forma d'arte come questa. Il problema dipende tanto dal fatto che è vero che la tecnologia ha reso certe cose sempre più accessibili, ma ha reso anche i nostri tempi di attenzione e dedizione agli oggetti che osserviamo molto più fragili. Per cui oggi, di fatto, ascoltare quella musica (la classica, Ndr) è un gesto quasi rivoluzionario. Per cui, secondo me, il problema è soprattutto questo. Di per sé io non credo che sia un linguaggio disincentivante. Il problema è imparare a capire quel linguaggio: ad oggi anche il cinema è un linguaggio pesante, visto che esistono le serie tv, ancora peggio i reel che ti riassumono i film, come accade spesso su TikTok. Il problema è educarsi ad avere pazienza nel godere di certe cose, al posto di ricercare, secondo me, soddisfazioni effimere e immediate. Il concerto di Sibelius non è che te lo godi nei primi 30 secondi, devi ascoltare tutti i 30 minuti di musica per arrivare alla fine pensando "Io ho appena ascoltato una delle cose più belle che il genio umano abbia mai partorito". Però, secondo me, oltre ad essere una sfida educativa per il presente, ha con sé anche una promessa gigantesca per salvarci dall'oblio della comunicazione in cui ormai siamo entrati da anni con l'avvento dei social. Io su questo sono abbastanza rigida: sono convinta che educare ad amare la musica classica aiuterebbe su tanti fronti.
LF: Vuoi o non vuoi, in qualsiasi liceo siamo educati alla storia dell'arte, da piccoli siamo abituati a disegnare, a riconoscere colori e forme. Secondo te il problema nasce dalla base? Perché, secondo te, non c'è un'educazione all'ascolto, se non quelle misere ore di educazione musicale che sono presenti alle medie o alle elementari?
GM: Sicuramente, appunto, c'è un problema dal punto di vista dei programmi del sistema scolastico. Io non ho avuto un'esperienza positiva di ore di musica alle elementari e alle medie. Ho avuto dei professori umanamente molto bravi. In realtà alle elementari mi ricordo anche di essere andata a fare una cosa che si chiama “Opera domani”. Di fatto facevano partecipare i bambini delle scuole elementari alla realizzazione di delle opere al teatro di Bergamo e ci insegnavano a cantare dei pezzi di alcuni cori: andavi a vedere l'opera e poi ti mettevi a cantare. Ma la maggior parte dei nostri coetanei ha fatto il flauto dolce. È uno strumento dignitosissimo che alle medie viene insegnato come se fosse un giocattolo. Abbiamo un modo di approcciarci allo studio dell'arte che è privo dell'esperienza dell'arte in sé: si studia tantissimo sui libri, ma poi si fa poca esperienza di quello di cui si parla. Con la differenza che però per quanto riguarda la storia dell'arte, sicuramente almeno una volta alle elementari e alle medie, durante le scuole superiori ci sarà stato almeno un insegnante che ti ha portato a fare una visita in un museo. Per cui almeno una volta tutti noi abbiamo potuto fare l'esperienza di entrare in un museo e vedere dal vivo cose che abbiamo studiato per anni. La musica secondo me non si studia in modo efficace dal punto di vista teorico, ma oltretutto se ne fa pochissima esperienza. Nessuno si sognerebbe mai di spiegare Leopardi senza fartelo neanche leggere. Se studio Leopardi, leggo anche le sue poesie. Con la musica questa cosa non si fa. Sarebbe come dire studiamo “La zattera della medusa”, però non guardiamo tutto il quadro, guardiamo solo quel particolare minuscolo perché tanto di tempo non ce n'è. C'è in mezzo un altro problema ancora, ovvero che la musica è un'arte del tempo e non è un oggetto che tu puoi osservare per quanto vuoi. Davanti a un quadro io posso stare per un'ora, per cinque minuti, e più o meno posso guardarlo nel suo insieme. Un brano o lo ascolti o non lo ascolti. Nessuno si sognerebbe mai di guardare lo spartito e di dire ho fatto esperienza di una sinfonia di Bruckner. E questo, ovviamente, soprattutto nei luoghi educativi, impone dei problemi, perché non tutti hanno a disposizione 40 minuti alla settimana per far ascoltare tutte le sinfonie di Beethoven o qualsiasi altra cosa. Però secondo me è sempre una questione di concessione di uno spazio e di un tempo per fruire una determinata cosa. Forse c'è un po' l'idea che sia una perdita di tempo, l'ascolto attivo di qualcosa, però è assurdo perché per i mezzi che abbiamo oggi a disposizione tu potresti veramente riuscire a fare entrare quella musica nelle aule delle scuole. E poi non possiamo negare che l'idea di fare il maestro di musica abbia ancora uno stigma gigantesco. Questo vale per tutto il mondo dell'insegnamento da un punto di vista economico, formale, però non c'è l'idea che insegnare musica abbia un valore per la nostra società. E secondo me è uno stigma che noi anche da studenti ci portiamo tantissimo addosso. Tantissime volte ho sentito parlare dell'insegnamento come una sorta di ripiego, laddove invece secondo me potrebbe veramente essere il lavoro più nobile del mondo, se solo fosse riconosciuto da tutte e due le parti.
LF: Parliamo di short form content, di quello che sono i TikTok, i Reel e quello che ormai è la comunicazione principale tra i giovani, che sia di divertimento ma che sia anche di comunicazione vera e propria. Qual è secondo te un fattore importante che si perde (o che si guadagna, se si guadagna qualcosa) quando si cerca di attirare l'attenzione in pochi secondi sui social? Cosa si perde quando Bach, Schumann ecc entrano in quel formato?
GM: Evidentemente su certe cose perdi di complessità: in un minuto e mezzo è molto difficile essere esaustivi e riuscire a spiegare certi argomenti in tutta la loro complessità. Detto questo, la parola compromesso è la chiave per lavorare sui social. Senza compromessi è impossibile abitare questo spazio cercando di costruire qualcosa di diverso. Allo stesso tempo penso che l'idea sia di dire in questo minuto e mezzo (dove magari non dico tutto) qualcosa che allo sconosciuto che vede il mio reel fa pensare "vorrei capirne di più". Lì ho già vinto. Anche perché per me l'obiettivo di questi contenuti non dovrebbe mai essere quello di esaurire la possibilità di conoscenza di un argomento, ma quello che io cerco sempre di fare è di invogliare ad andare a cercare di più. Soprattutto perché è una cosa che io non sopporto, del lavoro di divulgazione musicale sui social oggi, il fatto che qualcuno cerchi di convincerti che attraverso quei video tu ne esci che ne sai di più. Ma io non vorrei mai che qualcuno mi seguisse per saperne di musica classica. Io vorrei che la gente mi seguisse come l'amica che tutte le volte che sei a cena ti dice "oh, ho ascoltato questa roba, oh, ho scoperto questo, vai a sentirlo" Non vorrei mai che fosse un lavoro che esaurisce, vorrei piuttosto che generasse curiosità. Io vorrei tantissimo che il lavoro di divulgazione musicale potesse diventare un trampolino per invogliare a cercare ancora di più, perché secondo me sarebbe una sconfitta se qualcuno, vedendo, per esempio, un mio video sul secondo concerto di Rachmaninov che ho fatto tempo fa, dovesse pensare "ok, è fatta"; hai perso il motivo più profondo per cui lo fai, capito? Il fatto di voler stimolare qualcuno a cercare ancora di più, dovrebbe essere quello l’obiettivo. Per cui perdi di complessità nella forma breve e questo è un dato di fatto, ma neanche su un video di 40 minuti su YouTube puoi essere esaustivo su certi argomenti: devi poter far pace col fatto di perdere di profondità perché tanto l'obiettivo non potrà mai essere esaurire la conoscenza possibile su quell'argomento. L'obiettivo deve essere di rilanciare le cose di cui parlo. Per me il sogno è che qualcuno guardi e dica "ok, vado ad ascoltarmelo tutto", oppure "ok, vado a cercare anche delle info in più". Quando mi capita per caso di incontrare in giro delle persone che mi dicono "ti seguo su Instagram, da quel video lì ho iniziato ad ascoltare quell'album" io penso che se tu dopo quel video hai fatto qualcos'altro, per me è fantastico. È quello che sui social si chiama la call to action, che di solito si fa per questioni di marketing, sponsorizzazioni (cioè io faccio un video per portarti a fare qualcos'altro tipo comprare); ecco, nell'ambito della divulgazione la possibilità di rimandare ad un'azione dovrebbe essere sempre all'ordine del giorno, secondo me.
LF: Senti, la divulgazione musicale rischia di diventare intrattenimento travestito da cultura? O è il contrario, è l'intrattenimento la porta più facile per far avvicinare gli altri?
GM: Serve equilibrio. Ovviamente ti devi avvicinare a un certo linguaggio accattivante e "catchy" per riuscire a far sì che degli sconosciuti, scrollando su Instagram, dicano "ok, continuo ad ascoltarti". Queste sono le regole del gioco. Sarebbe come dire “no, a me non piace giocare a pallavolo con un pallone, preferisco farlo lanciando un mazzo di fiori”, eh beh, allora non giochi a pallavolo. Quelle sono le regole del gioco, altrimenti non stai lì. Dall'altra parte, però, secondo me, il rischio che sia solo intrattenimento è altissimo. Da una parte perché fare intrattenimento sui social è molto più facile e ti premia molto di più, perché puoi anche mancare di contenuto, ma se c'è la forma, sui social vai. Io ho a cuore che il contenuto sia sempre al primo posto. L'intrattenimento è il binario su cui ti muovi, gli strumenti che adotti, però poi il contenuto deve essere alto.
LF: Ma qual è l'equivoco più grande che il pubblico giovane ha con la musica classica? E qual è invece l'equivoco che l'ambiente classico ha con il pubblico giovane?
GM: La musica classica è vista come noiosa. È una roba lenta, da vecchi, ed è noiosa perché è lunga, perché richiede del tempo. E questa cosa, secondo me, è nutrita oltre da tutta una serie di problemi educativi, anche dal fatto che ci viene comunicata come una cosa noiosa e soprattutto ci viene detto che per apprezzarla dobbiamo saperne a pacchi. C’è molto l’idea che prima di poter andare ad un concetto di musica classica devi aver studiato delle cose. A me capita tantissimo, anche con dei miei amici della mia età, che magari ogni tanto mi trascino dietro a dei concerti, che mi dicano "ma non è che ci spieghi qualcosa prima che entriamo a sentire?". Ma io prima di iniziare a leggere un libro non è che mi leggo tutta la critica possibile ed immaginabile. Prima leggo il libro e poi se mi è piaciuto, magari mi appassiono, cerco qualcosa di più. Capita che io entri in dei musei senza avere la minima conoscenza di chi sia quel pittore, quello scultore, e poi esco, mi è piaciuto, e vado a informarmi di più. Sulla musica classica, viene molto passata l'idea che prima devi saperne qualcosa e poi vai. Anche perché comunque è innegabile che ci sia, anche tra chi se ne intende, questa moda di andare ai concerti per poi recensirli nell'immediato. Io ho assistito a questi momenti assurdi, dove nella pausa tra il primo tempo e il secondo tempo del concerto devi fare subito la recensione del pianista che si è appena esibito. Ma anche no. Ho ascoltato, lascerò che quella musica si depositi. Poi magari a volte hai delle questioni urgenti che ti premono sull'interpretazione, però che quella sia la cifra della fruizione della musica, a me un po' urta. E dall'altra parte penso che, il mondo della musica classica, ignori le reali esigenze dei giovani nell'andare ai concerti. A me un po' urta che tante volte non vengano pensati dei programmi da concerto facilitanti per degli ascoltatori non abituati. Cioè, proporre dei programmi da concerto troppo lunghi, disincentiva...costruire intere stagioni senza neanche un concerto che potremmo chiamare pop, cioè con dei brani che dici, "cavolo, questo se vai a sentirlo non può non piacerti", ecco secondo me anche quello è un rischio, un problema. A volte sembra che alcune stagioni siano costruite solo per chi già ama quella roba lì. Secondo me, invece, per andare incontro ai giovani si dovrà ritrovare una via di mezzo, che non significa fare il programma facilitato ma facilitante, pensare anche un approccio diverso. Poi io non sono molto d'accordo con l'idea di dire che dovremmo andare ai concerti di musica classica come andiamo ai concerti di musica rock, pop, ovvero che si stia in piedi, si balli, si canti ecc. Cioè, è una visione un po' hardcore, secondo me, ma non perché sia fissata con l'idea di stare composta, ma perché è veramente una forma d'arte di cui puoi godere senza essere il protagonista, come ti senti invece il protagonista di un concerto di Vasco Rossi: io amo Vasco, vai al concerto, canti, urli, stai con i tuoi amici, te lo godi ma se vado a sentire un concerto in sala Verdi, ho bisogno che quella cosa lì sia per me, ma nel senso che io sono in uno stato di ricezione e di partecipazione diversa. Secondo me, però, comunque, il succo è questo: i giovani pensano che sia una cosa noiosa e, diciamo, chi propone la musica al popolo non ha molto idea di quello di cui i giovani hanno bisogno. C'è veramente un grande scollamento, però, secondo me, è dato tanto da un fattore educativo in primis. Non dovrebbero essere i teatri ad educare i giovani alla musica, dovrebbero essere la scuola, le famiglie e le realtà aggregative. E poi, mi sembra che non esista una via intermedia tra chi non ne sa nulla e il teatro di livello medio/alto. Per chi conosce zero della musica classica, c'è poco questa via di mezzo. Se tu vuoi andare a sentire un concerto di musica leggera, puoi andare a farlo a San Siro, tanto quanto al Forum D'Assago, tanto quanto alla Corte dei Miracoli, tanto quanto alla birreria sotto casa. E invece la musica classica abita solo gli spazi tradizionalmente dedicati a lei. Raramente vediamo della musica classica fuori dagli spazi tradizionali. È una cosa che, secondo me, potrebbe aiutare molto a renderla meno estranea.
LF: Se tu avessi davanti qualcuno che ti dice "guarda, io ascolto solo musica leggera, la classica non fa per me" tu da quale esperienza partiresti per convincerlo del contrario? Da un brano, da un concetto, da un racconto?
GM: A me quello che conquista è scoprire l'umanità che c'è dietro a certe opere d'arte, che secondo me è la cosa che ci avvicina di più a un mondo che è quello della creazione artistica, che sembra super distante. I geni hanno composto certe cose, solo pochi hanno potuto pensare a una certa bellezza eccetera. Per cui, forse, racconterei una storia dietro a qualche pezzo, provando ad ascoltarlo facendo memoria del fatto che la persona che ha scritto quella cosa in quel momento della vita stava vivendo un’emozione o una situazione che tutti prima o poi attraversiamo o abbiamo attraversato. Il secondo concerto di Rachmaninov per me è emblematico su questa cosa: il secondo concerto di Rachmaninov è una delle cose più belle che sono mai state scritte nella storia dell'uomo ed è nato da una tragedia. È nato da uno che nella vita pensava di aver fallito e quindi non scommetteva più niente su se stesso, e ad un certo punto ha incontrato qualcuno che gli ha detto "guarda che tu non sei spacciato, non sei finito, puoi uscire da questa condizione", in questo caso questa persona era il suo medico, cioè il signor Nikolaj Vladimirovič Dal', che l'ha aiutato a uscire dalla sua depressione. Però a me come primissima cosa ha catturato la musica e solo dopo ho avuto bisogno di saperne di più, di chi era quell’uomo che l’aveva scritta. Tutte le volte che ci penso dico "quest'uomo ha vissuto le stesse cose che potrei aver vissuto io e il suo cuore le ha tradotte in questa musica meravigliosa". Come faccio a non empatizzare?
Ma per me è anche assurdo che a scuola determinate cose della storia del novecento non vengano spiegate attraverso la musica. Come fai a capire fino in fondo il dramma che hanno vissuto quegli uomini se non fai sentire tipo “Un sopravvissuto a Varsavia” di Schönberg o il “Quartetto per la fine dei tempi” di Messiaen? Perché invece il futurismo si studia per far vedere una forma d'arte intrecciata col fascismo? Perché l'urlo di Munch lo fai vedere per spiegare la disperazione dell'uomo del novecento e invece quella musica lì non la fai ascoltare? Li dentro c'è tutto lo strazio che servirebbe per entrare ancora di più nella storia. Per cui sì, per me forse la prima cosa sarebbe dire "guarda che quella musica lì che pensi non c'entri nulla con te invece c'entra eccome con te". C'entra con te nella misura in cui tutta l'arte che hanno prodotto gli uomini che sono venuti prima di noi è dentro di noi in qualche modo. Perché in fondo esprimeva la ricerca di un senso. Secondo me tutta l'arte è un grido rivolto a questa cosa, un tentativo di dire "spero che il mondo non sia solo questo"; tutta l'arte che cos'è se non un'espressione di qualcosa di più?
LF: Che differenza sostanziale c’è tra la fruizione di una canzone pop/rock e la fruizione anche di una forma breve di musica classica? Qual è la differenza? E come riesci tu a coniugarle, dato che ti occupi di entrambe?
GM: Una differenza di linguaggio c'è per forza nella misura in cui, quando venivano scritte le bagatelle, quando Beethoven scriveva i suoi pezzi per pianoforte ecc, il popolo faceva musica, aveva le sue canzoni popolari. Gli strati della popolazione un pochino più abbienti, emancipati culturalmente, conoscevano sia le canzoni popolari che la musica di Beethoven, mentre i contadini la musica di Beethoven non la potevano sentire. Noi oggi questa differenza l'abbiamo molto più schiacciata perché tutti fruiamo della musica pop, cioè tutti fruiamo di musica popolare in quel senso, indipendentemente dal livello di educazione che abbiamo, mentre un tempo la musica pop era quasi solo per i poveretti, diciamo, perché era musica di tradizione orale che si tramandava come si tramandavano tantissime altre tradizioni. Secondo me, a livello ideale, la produzione potrebbe essere anche la stessa, perché di fatto tutta la musica pop, in Occidente segue un'impostazione dialogica, per cui la musica è tutta una dialettica di domanda e risposta e questa cosa nella musica pop è tanto chiara quanto in una sonata di Mozart, per cui tu potenzialmente potresti ascoltarle con lo stesso principio. Secondo me la differenza vera la fa il motivo per cui uno ascolta una cosa piuttosto che l'altra. E’ anche l'intenzionalità dell'ascolto che, secondo me, fa la differenza dell'ascolto e non tanto l'oggetto in sé, perché io posso voler ascoltare Marracash perché in quel momento “Noi, Loro, Gli altri” mi comunica qualcosa o anche solo perché musicalmente mi piace tanto; posso benissimo farlo con l'Opera 78 di Brahms: sto viaggiando in macchina e a volte mi vado ad ascoltare Marracash e a volte mi vado ad ascoltare Brahms. Non so se ci sia una differenza essenziale e sostanziale, a parte le ovvie differenze della musica a livello di durata, di struttura, di complessità eccetera, però a livello di intenzionalità d'ascolto, secondo me uno li può ascoltare con la stessa intenzione e lo stesso proposito. Io non posso negare che per me comunque c'è una certa complessità, per quanto poi l'apprezzamento possa essere lo stesso, certe cose le vedi solo da una parte piuttosto che dall'altra.
LF: È molto interessante il fatto dell'intenzionalità. Spesso mi dicono “se devo rilassarmi ascolto la musica classica, se invece devo ascoltare qualcosa che mi piace ascolto Marracash, ascolto Kid Yugi”. Quindi, l'intenzionalità è interessante perché spesso è visto come due direzioni di ascolto diverse, secondo me.
GM: Sì sì, anche lì per me è assurdo perché il fatto di “mi metto la musica classica per studiare” è un concetto estraneo a me, io non riuscirei mai a farlo, io quando ascolto la musica classica non riesco a pensare che sia un sottofondo, non riesco a non ascoltarla davvero. Però il problema è che noi non riusciamo a concepire quella musica lì come un discorso, tanto quanto è un discorso un album di Lucio Dalla, che ti racconta delle storie. Ma cavolo, anche Dvorak ti racconta delle storie nella Sinfonia del Nuovo Mondo, cioè per me sarebbe assurdo pensare “lo ascolto di sottofondo”, nessuno metterebbe mai De Andrè di sottofondo, o se lo fai comunque risulta un po' strano. Il punto sarebbe riuscire a capire che quella cosa lì è tanto cantabile, è tanto discorsiva, è tanto dialogica, quanto l'album di musica leggera. E secondo me questa cosa la fa solo ed esclusivamente l'abitudine e non tanto la conoscenza. Quando io ho iniziato ad ascoltare tanta musica classica a 15 anni non è che studiavo tutte le cose che ascoltavo. Io passavo i pomeriggi con Youtube aperto e mi scorrevano con la riproduzione casuale brani su brani su brani. E poi scoprivo che un amico stava studiando quel brano e quell'altro amico ne stava studiando un altro ancora, per cui leggevo, diventavo sempre più curiosa. Ma l'esperienza primaria è un'esperienza d'ascolto, non un'esperienza conoscitiva.
LF: Però spesso viene percepita come un mondo a se stante, e qua si ritorna al discorso dell'educazione musicale che avevamo detto all'inizio. Tutto purtroppo è un circolo vizioso che chissà se riusciremo a rompere. Chissà, forse la nostra generazione di musicisti riuscirà a fare questa cosa. Giulia stiamo arrivando alla fine della nostra intervista, ed è il momento della nostra domanda di rito: se tu avessi davanti un giovane musicista, qualcuno che ha appena iniziato a fare musica, qual è il consiglio più spassionato che ti sentiresti di dare?
GM: Di essere super curioso, di circondarsi altri musicisti perché comunque avere a fianco dei musicisti che su qualcosa almeno ne sanno più di te o hanno ascoltato anche solo un brano più di te ti consente di crescere continuamente. E poi veramente di fare scorpacciate di musica, di appassionarsi, di non smettere mai di chiedere sempre di più a quella cosa (alla musica, Ndr) e poi di ricordarsi che non siamo al mondo per studiare queste cose, per essere i migliori in assoluto e per essere perfetti, ma per costruire e coltivare tutti i giorni la nostra porzione di bellezza da dare al mondo e in qualsiasi luogo finiremo a regalare questa bellezza andrà bene. Ci sarà chi lo fa alla Carnegie Hall, ci sarà chi lo fa con l'Orchestra della Santa Cecilia, ci sarà chi lo fa in una scuola media nella periferia di Milano, ma saremo tutti chiamati a offrire quel pezzo di bellezza al mondo. Secondo me ne abbiamo tutti un bisogno sterminato visto quello che vediamo tutti i giorni accadere intorno a noi. Iniziare a concepire il nostro mestiere come una missione per il mondo secondo me dà un respiro nuovo alla nostra pratica, perché il rischio è che per tutta una certa storia, una certa tradizione, anche i nostri ambienti educativi siano condizionati da una certa frustrazione, dal mito del successo, dal mito della perfezione. Secondo me la figata è scoprire che per ognuno c'è il suo posto nel mondo della musica e che il punto è stare dove si è e far fiorire e coltivare la passione che abbiamo e offrirla agli altri. Per me è la cosa più bella del mondo.
LF: Spero che questo consiglio vada soprattutto a tutti gli studenti perché credo che sia fondamentale dato che siamo inondati dal fatto di dire “no, io devo diventare il primo violino della scala”… Sì, bello, ma c'è anche altro, la musica è anche altro.
GM: Ma soprattutto la felicità non la dà in un posto che occuperai perché non ci sono abbastanza orchestre al mondo per essere tutti i primi violini di tutte le orchestra, per cui sarebbe anche assurdo che tu ti ritrovassi addosso una passione così grande senza avere un posto in cui metterla al servizio, in cui darla a qualcun altro. Questo si lega secondo me tanto anche a una nuova concezione del mondo dell'insegnamento. Se iniziassimo anche a concepire l'insegnamento come una delle strade per un musicista e non come il ripiego perché non si è riuscito a fare nient'altro, i conservatori diventerebbero i posti più belli del mondo.
Con questa bellissima riflessione finisce la nostra stimolante intervista con Giulia Mir, che ringraziamo vivamente per essersi prestata ad Interferenze! Vi lasciamo di seguito il profilo Instagram di Giulia per seguire i suoi interessantissimi contenuti e noi vi aspettiamo al prossimo articolo

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L'opera social: intervista a Martino Ruggero Dondi
La musica, l'opera...cose da "vecchi", no? E se, invece, la raccontassimo con i mezzi moderni? È il caso di Martino Ruggero Dondi, direttore e divulgatore musicale seguitissimo sui social. Martino è laureato in storia, in filosofia (tutte rigorosamente con lode) e, ovviamente, ha una formazione