Antonio Vivaldi
Un prete anomalo
Oggi, ragazzi, parliamo di una rockstar del 1700, uno che, se fosse vissuto oggi, avrebbe avuto più fan dei BTS: Antonio Vivaldi. Preparatevi a scoprire la vita di un genio che da prete a Venezia , si è trasformato in una leggenda con i capelli rossi.
La storia inizia a Venezia, nel 1678. Nasce questo bambino, Antonio, deboluccio di salute ma con un talento per la musica spettacolare. Il padre, violinista di professione, lo mette subito sotto.
Ma Vivaldi aveva altri piani: diventare prete. Non per vocazione eh, sia mai, ma perché a quel tempo era un'ottima scusa per non andare in guerra. E così, a 25 anni, diventa sacerdote. Ma c'era un problema: non era proprio un prete "normale". Aveva i capelli rosso fuoco, che gli valsero il soprannome di "Prete Rosso”, non diceva praticamente mai messa (si dice per problemi di salute, forse per asma ma Antonio probabilmente era un bugiardo e voleva solo scrivere musica).
Ma Vivaldi non è rimasto a lungo un semplice prete. In un'epoca in cui la musica classica non si ascoltava su Spotify ma nei salotti aristocratici, Vivaldi era la star indiscussa. Diventa maestro di coro e compositore all'Ospedale della Pietà, un orfanotrofio femminile. Ma non immaginatevi un luogo grigio e triste. Le ragazze dell'Ospedale della Pietà erano delle musiciste pazzesche, e Vivaldi le trasformò in un'orchestra di fama internazionale. Tutti a Venezia e in tutta Europa volevano ascoltare le ragazze di Vivaldi. Un po’ come se fosse il talent show più amato d’Europa.
Vivaldi era un vero showman. Scriveva un'opera a settimana, più o meno. Era come uno che oggi pubblica un album ogni mese, per intenderci. La sua musica era fresca, vibrante, piena di energia. Non è un caso che oggi, quando pensi a Vivaldi, ti vengono in mente Le quattro stagioni. Quella è la sua "hit" mondiale, il pezzo che suona ovunque.
Ma la vita di Vivaldi non è stata solo hit estive e successi indiscussi. Il successo porta invidia, e Vivaldi aveva un po’ di haters. Venne anche accusato di condurre una vita troppo mondana per un prete e di viaggiare troppo in compagnia di una sua allieva, la cantante Anna Giraud, che i veneziani chiamavano Anna Girò o Annina del Prete Rosso. Anna non era una cantante virtuosa alla “star di Sanremo”, ma un contralto con una voce piuttosto morbida, adatta ai ruoli più lirici e affettuosi.
Quello che aveva in più rispetto ad altre cantanti era il carisma: Anna piaceva al pubblico e soprattutto… piaceva a Vivaldi...
In questo periodo scrive l’Orlando Furioso: quest’opera è una delle punte di diamante del teatro vivaldiano. È ispirata al poema cavalleresco di Ludovico Ariosto (le donne, i cavalier, l’arme gli amori.. si quella roba li) che racconta le follie amorose di Orlando, paladino di Carlo Magno, che perde la testa per Angelica.

Ma attenzione: in questa versione vivaldiana, il vero centro dell’azione non è Orlando, bensì le donne. E indovina chi interpretava una delle parti femminili principali? Già, avete indovinato, proprio Anna, a cui è affidato il ruolo della maga Alcina.
Parliamo quindi di una delle arie a mio parere più belle di Alcina, l’aria “vorresti amor da me?”: già il titolo di quest’aria è tutto un programma, infatti siamo nel punto in cui Astolfo, compagno di Orlando, cerca di conquistare Alcina, ma viene deriso dalla maga. Vivaldi parla praticamente di una relazione poliamorosa, non monogama: infatti, Alcina dice che si, avrà il suo amore, ma di “non sperar che mai” il suo cuore arda solo per lui. Non solo, Alcina dice che “contenta non son di un solo amor” e che Astolfo è cieco se non lo vede…insomma, una relazione aperta nel 1700.

In un'epoca in cui bastava poco per scatenare scandali, la sua fama iniziò a svanire.
Morì a Vienna nel 1741, in povertà e quasi dimenticato, mentre stava cercando di rilanciare la sua carriera. Fu seppellito in una tomba per poveri. Un po' come se oggi una superstar mondiale finisse la sua vita dormendo su una panchina.
Un finale ironico per una vita così ricca di successi. Il mondo si era stancato di lui, e lui si era stancato del mondo.
Ma il suo "ritorno di fiamma" lo abbiamo avuto secoli dopo, quando le sue partiture sono state riscoperte. Di Vivaldi infatti, a un certo punto della storia, è come se si fossero perse la maggior parte delle tracce: certo, Bach trascrisse un po’ di sua roba e Vivaldi quindi continuò a sopravvivere al passare degli anni, ma è solo grazie a due ricchi e fighetti torinesi che nel XX secolo, per intercessione del professore di storia della musica dell’università di Torino Alberto Gentili, riuscirono a salvare Vivaldi; ma torniamo un attimo indietro: alla morte del buon Antonio, suo fratello Francesco vendette i suoi manoscritti per racimolare un po’ di soldi e le sue opere passarono di mano in mano fino ad arrivare nella biblioteca di un collegio in provincia di Alessandria dove, nel 1926, arriviamo ai suddetti fighetti che salvarono tutto.
E così, la storia del Prete Rosso si conclude. Un uomo che ha sfidato le convenzioni, che ha scritto musica con una rapidità e una genialità che ancora oggi ci stupiscono. La sua musica è stata una colonna sonora per un'epoca, e il fatto che sia stata riscoperta e oggi sia amata in tutto il mondo è un segno che il vero genio non muore mai.
E la prossima volta che sentirete Le quattro stagioni, pensate al Prete Rosso, al suo amore per la musica (per le donne) e alla sua vita degna di un film!