Poche forme musicali sono riconoscibili quanto il valzer. Bastano tre tempi – uno, due, tre – e subito vengono in mente sale da ballo illuminate, coppie che ruotano elegantemente e l'atmosfera scintillante della Vienna ottocentesca. Eppure il valzer, prima di diventare il simbolo dell'eleganza europea, nasce come danza popolare e persino scandalosa. Non è la prima volta che accade nella storia della musica. Anche la sarabanda ebbe origini controverse: nata tra Cinque e Seicento come danza licenziosa e provocatoria, tanto da essere osteggiata in alcuni ambienti religiosi e civili, con il tempo perse però il suo carattere trasgressivo e si trasformò in una danza lenta e solenne, fino a entrare stabilmente nelle suite barocche.

Anche il valzer dovette affrontare diffidenze e resistenze. Molti osservatori del tempo guardavano con sospetto quei ballerini che si tenevano stretti e giravano vorticosamente nello spazio, una vicinanza fisica ritenuta eccessiva per gli standard dell'epoca. Con il passare dei decenni, però, il valzer conquista i teatri, le corti e le sale da concerto. La sua forza risiede in una formula solo apparentemente semplice. Tutto si basa su un movimento continuo e circolare: ci si avvicina, ci si allontana, si cambia direzione, ma alla fine si continua sempre a ruotare attorno allo stesso centro. Il valzer dà l'impressione di procedere in avanti mentre in realtà ritorna costantemente su sé stesso, trasformando la ripetizione in movimento. In questo senso ricorda alcune forme musicali fondate sul ritorno. Nel rondò, ad esempio, un tema principale riaffiora ciclicamente tra episodi sempre nuovi, creando la sensazione di avanzare senza perdere il proprio centro. Ancora più radicale è la forma ciclica ottocentesca, sviluppata da Liszt, in cui gli stessi temi ritornano trasformati nel corso dell'opera: il materiale musicale cambia volto, ma conserva una memoria di sé.

Forse è proprio per questo che lo scrittore cecoslovacco Milan Kundera ha scelto il valzer come immagine per uno dei suoi romanzi più affascinanti, “Il valzer degli addii”, pubblicato nel 1972.

Già dal titolo si capisce che non si tratta soltanto di una citazione musicale. Nel romanzo il valzer diventa un principio costruttivo. I personaggi si inseguono, si sfiorano, si evitano, cambiano partner ideali e prospettive proprio come accade sulla pista da ballo. Tutto si svolge nell'arco di cinque giorni, in una cittadina termale della Cecoslovacchia, ma in quel breve spazio di tempo si intrecciano amori, gelosie, equivoci, tradimenti, desideri di fuga e persino una morte.

Al centro della vicenda c'è Ružena, un'infermiera che sostiene di aspettare un figlio dal celebre trombettista Klíma. Attorno a questa notizia ruota una piccola costellazione di personaggi: la moglie gelosa del musicista, il ginecologo Škreta, l'ex detenuto politico Jakub, il mistico americano Bertlef. Ognuno entra nella traiettoria degli altri, modificandone il percorso. Nessuno riesce davvero a controllare gli eventi. Tutti finiscono trascinati da una danza più grande di loro.

Ma la cosa interessante è che Kundera non si limita a usare il valzer come semplice immagine poetica. Nel suo modo di raccontare convivono infatti due strutture diverse, che non vanno confuse, e ce lo spiega in un’intervista del 1983. Da un lato il romanzo è costruito secondo una forma teatrale precisa, che lo stesso autore definisce vicina al vaudeville, una forma di commedia francese nata a fine 1700, caratterizzata da intrecci farseschi, meccanismi parodici, colpi di scena e situazioni spesso paradossali, organizzata in cinque parti, quasi fossero cinque atti.

Dall’altro lato, però, il movimento interno della storia non segue affatto una logica lineare o teatrale in senso stretto. Qui entra in gioco proprio il valzer, non come forma musicale rigida, ma come idea di movimento circolare. I personaggi non avanzano semplicemente nella trama, ma si avvicinano e si allontanano continuamente, si scambiano posizioni, si rincorrono senza mai stabilizzarsi davvero, come coppie che cambiano partner su una pista da ballo.

Il risultato è quindi una doppia costruzione: una struttura esterna da vaudeville, fatta di cinque “atti”, e un movimento interno da valzer, non progresso lineare, ma ritorno, non percorso rettilineo, ma circolazione continua di incontri, errori e riavvicinamenti.

Per capire meglio questa scelta narrativa vale la pena soffermarsi sul valzer stesso, sulla sua storia e sulla sua particolare struttura.

Le sue origini sono incerte e probabilmente multiple: alcuni studiosi le collegano a danze popolari dell'area austro-tedesca, come il Ländler e il Dreher, altri alla Volta provenzale. Al di là delle diverse ipotesi, ciò che definisce il valzer fin dalle sue prime forme è il movimento circolare della coppia su ritmo ternario, un continuo girare che ne costituisce l'essenza e che lo rende diverso dalle danze precedenti. Infatti il valzer non è una sequenza di figure separate, come il minuetto o le contraddanze aristocratiche, ma un flusso continuo in cui la coppia rimane unita e si muove nello spazio senza interruzioni. La sensazione è quella di un equilibrio instabile ma costante, in cui ogni passo sembra nascere naturalmente dal precedente.

A partire dalla fine del Settecento e soprattutto nell'Ottocento, questa forma si diffonde rapidamente nelle capitali europee, trasformandosi nel ballo simbolo della nuova società borghese. Non è un caso che susciti anche scandalo, poiché, rispetto alle coreografie più controllate del passato, qui i corpi sono più vicini, il contatto è diretto e il movimento è vertiginoso. Per molti osservatori dell'epoca il valzer sembrava addirittura una minaccia alle convenzioni sociali.

Ma questa struttura chiusa, circolare e continuamente mobile aiuta a comprendere meglio anche il romanzo di Kundera. Ne “Il valzer degli addii" i personaggi non avanzano in linea retta verso una meta precisa, ma si intrecciano come coppie su una pista da ballo, si avvicinano e si allontanano, si perdono e si ritrovano senza mai raggiungere un equilibrio definitivo. Ed è proprio questa disposizione che aiuta a dare al romanzo la sua caratteristica ambiguità, sospesa tra leggerezza e inquietudine.

Qui emerge un'altra interessante vicinanza con la musica. Nel valzer classico convivono vaporosità e malinconia. Le melodie sembrano invitare al ballo, ma spesso nascondono una sottile nostalgia. Anche Kundera sembra costruire il suo romanzo su questo doppio registro. Molte scene sono divertenti, a tratti persino farsesche; eppure dietro il sorriso affiorano continuamente temi ben più inquieti: la fragilità dell'amore, la paura della responsabilità, il rapporto con la maternità e la paternità, il desiderio di potere sugli altri, la consapevolezza della morte.

Per questo motivo “Il valzer degli addii” è un libro difficile da classificare. La sua superficie appare leggera e quasi giocosa, ma sotto quella leggerezza si agitano questioni profonde. Kundera osserva i suoi personaggi con ironia, senza mai trasformarli in eroi o in colpevoli assoluti. Sono uomini e donne fragili, spesso contraddittori, che cercano disperatamente di dare un senso alle proprie scelte.

Dietro gli equivoci, i malintesi e i toni quasi grotteschi della vicenda, Kundera introduce infatti una riflessione più profonda sulla precarietà dell'esistenza.

In alcuni momenti il romanzo assume addirittura i contorni di una moderna riflessione sulla vanitas. Come nei dipinti seicenteschi che accostavano fiori, specchi e oggetti preziosi ai simboli della morte, anche Kundera sembra ricordare continuamente al lettore quanto siano instabili le certezze umane. La bellezza, l'amore, il successo, persino le convinzioni morali possono dissolversi all'improvviso. Dietro ogni promessa di felicità si nasconde già la possibilità dell'addio.

Ed è forse proprio qui che il titolo rivela il suo significato più profondo. Non si tratta soltanto del valzer come danza, ma del valzer come immagine dell'esistenza. Ci avviciniamo agli altri, ci allontaniamo, ci illudiamo di guidare il movimento, salvo poi scoprire che il tempo continua a trascinarci altrove. Ogni incontro contiene già una separazione futura. Ogni inizio porta con sé un congedo.

A più di cinquant'anni dalla sua pubblicazione, “Il valzer degli addii” continua a colpire anche per questa capacità di trasformare una forma musicale in una forma narrativa. Kundera racconta una storia costruendo una danza di personaggi, idee ed emozioni, in cui gli stessi motivi ritornano continuamente sotto forme diverse, come accade in certe architetture musicali fondate sul ritorno e sulla trasformazione. E proprio come nei migliori valzer, quando la musica si interrompe resta nell'aria una sensazione difficile da definire. Un misto di leggerezza e malinconia. La consapevolezza che il giro è finito, ma che qualcosa continua ancora a risuonare.

Il valzer degli addii
Il valzer degli addii : Kundera, Milan, Mura, A., Vitale, S.: Amazon.it: Giochi e giocattoli

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