Entriamo in sala qualche minuto prima dell’inizio. Le persone parlano a bassa voce, qualcuno sfoglia il programma di sala, qualcun altro osserva il palcoscenico ancora vuoto. Poi arrivano i professori d’orchestra. Accordano gli strumenti, si cercano con lo sguardo, provano qualche frammento. È un momento apparentemente caotico, ma in realtà è il primo respiro collettivo della serata.

Infine entra il direttore. Applausi.

Riccardo Muti

E poco dopo compare anche il solista.

⚡🎶 Camille Saint-Saëns – Concerto per violoncello n. 2 in re minore, Op.  119 Sol Gabetta — violoncello 🎻 • Il Concerto per violoncello n. 2 di  Saint-Saëns è una delle opere
Sol Gabetta

Da quel momento in poi, ciò che stiamo per ascoltare prende il nome di concerto. Ma che cos’è davvero un concerto? E soprattutto, cosa succede, musicalmente parlando, quando andiamo ad ascoltarne uno?

Molti immaginano un concerto come un brano scritto per mettere in mostra un musicista particolarmente bravo e in parte è vero, ma ridurlo a una dimostrazione di tecnica sarebbe un enorme torto alla sua storia.

Il concerto è, prima di tutto, un dialogo.

Immaginiamo una conversazione tra due persone estremamente intelligenti. Nessuna delle due parla senza ascoltare l’altra. Una propone un’idea, l’altra la sviluppa. Una interrompe, l’altra risponde. A volte sono d’accordo, altre sembrano quasi discutere. Alla fine, però, entrambe contribuiscono a costruire un unico discorso. Un unico, grande, discorso.

Nel concerto accade esattamente questo.

Da una parte troviamo il solista, cioè un unico strumento — un pianoforte, un violino, un clarinetto, un violoncello o molti altri (o a volte più di uno, caso appunto di "concerto per più strumenti")— mentre dall’altra troviamo l’intera orchestra. Potrebbe sembrare uno scontro impari: decine di musicisti contro uno solo. E invece il rapporto non è quello tra protagonista e comparse. L’orchestra non accompagna semplicemente il solista e il solista non ne suona semplicemente sopra.

Orchestras & Ensembles - Universität Mozarteum

Entrambi raccontano la stessa storia da punti di vista diversi.

Capita spesso che l’orchestra presenti un tema per prima. È come se dicesse: “Ecco l’idea da cui partire.” Dopo qualche istante entra il solista, che riprende quel materiale e lo trasforma. Lo rende più intimo, più brillante, più drammatico oppure più leggero. A volte aggiunge dettagli che l’orchestra non aveva ancora mostrato; altre volte sembra quasi contraddirla.

È una continua alternanza di ascolto e risposta.

Per questo motivo molti musicologi descrivono il concerto come la forma musicale del dialogo.

Ma c’è un altro aspetto interessante.

Il termine concerto deriva dal latino concertare. Curiosamente, questa parola racchiude due significati che sembrano opposti: gareggiare e collaborare.

Ed è proprio questa doppia natura a rendere il genere così affascinante.

Da una parte il solista sembra voler dimostrare tutte le proprie capacità tecniche. Scale velocissime, salti impossibili, passaggi di grande precisione, sonorità estreme. È inevitabile che il pubblico rimanga impressionato. Dall’altra, però, ogni nota esiste soltanto perché l’orchestra le dà un contesto.

Il solista non può ignorare ciò che accade intorno a lui. Deve respirare con gli altri musicisti, ascoltarli continuamente, aspettare il momento giusto per entrare, lasciare loro spazio quando serve. È un equilibrio delicatissimo, che richiede molto più dell’abilità tecnica.

Serve sensibilità, serve amore. Anche qui, quasi come una ricetta, tutto deve essere calibrato. Chi suona un concerto, infatti, non deve soltanto essere un virtuoso. Deve essere un eccellente ascoltatore.

È forse questa la differenza più grande rispetto all’idea che molti hanno della musica classica. Da fuori sembra che tutto sia rigidamente scritto e immutabile. In realtà ogni esecuzione è diversa, perché diverso è il modo in cui orchestra e solista reagiscono l’uno all’altro. Un rallentando leggermente più intenso, un respiro condiviso, un fraseggio più cantabile possono cambiare completamente il carattere di una pagina che, sulla carta, è identica da duecento anni. Ma anche la struttura tradizionale racconta qualcosa: la maggior parte dei concerti classici è costruita in tre movimenti. (ovvero in tre tempi, tre sezioni)

Il primo è generalmente veloce. Ha il compito di presentare il materiale musicale, catturare l’attenzione e mettere subito in moto il dialogo tra orchestra e solista. È qui che spesso si percepisce l’energia della competizione: il confronto, la ricerca di equilibrio, il gioco continuo tra le due parti.

Il secondo movimento cambia completamente atmosfera. Diventa spesso e volentieri lento. Il tempo sembra dilatarsi. Le grandi difficoltà tecniche lasciano spazio al canto, al colore, al respiro e a lirismo. È il momento più introspettivo dell’intero concerto, quello in cui il solista smette quasi di voler stupire e inizia semplicemente a raccontare.

Infine arriva il terzo movimento, di nuovo veloce, ma con un’energia diversa rispetto all’inizio: non deve più presentare nulla. Ora tutto converge verso la conclusione. L’orchestra e il solista sembrano ormai conoscersi perfettamente e il dialogo si trasforma in una corsa condivisa verso l’ultima nota.

Naturalmente non tutti i concerti rispettano questa struttura, ma è uno schema che ha attraversato secoli di storia e continua ancora oggi a essere uno dei più amati. Forse perché riflette qualcosa di profondamente umano.

Anche noi iniziamo ogni relazione con entusiasmo, attraversiamo momenti più riflessivi e, infine, arriviamo a una conclusione portando con noi tutto ciò che abbiamo imparato lungo il percorso.

La prossima volta che assisterete a un concerto, provate a fare un piccolo esperimento: non concentratevi soltanto sul solista.

Osservate quando guarda il direttore. Notate come ascolta l’orchestra prima di entrare. Cercate il momento in cui un tema nasce nei violoncelli, passa ai legni, viene trasformato dal solista e ritorna, completamente diverso, all’intera orchestra. Vi accorgerete che non state assistendo a una semplice esibizione ma state osservando una conversazione senza parole.

Una conversazione in cui ogni risposta è fatta di suoni, ogni domanda è nascosta in una melodia e ogni silenzio ha un significato, forse è proprio questa la magia del concerto.

Non quella di mostrare chi suona più forte, più veloce o più difficile ma quella di ricordarci che la musica raggiunge il suo punto più alto quando nessuno cerca davvero di prevalere sull’altro.

Perché, alla fine, il concerto non racconta il trionfo del solista sull’orchestra.

Racconta qualcosa di molto più raro.

Il momento in cui un individuo e una collettività imparano a parlare la stessa lingua.

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