Tra amicizie e drammi amorosi, Johannes Brahms passa alla storia come uno dei compositori più importanti della sua epoca. Scopriamo la sua storia!

Bentornati nella rubrica Prospettive, oggi è la volta di un'altra biografia!

Johannes Brahms nasce ad Amburgo il 7 maggio 1833, in una famiglia in cui la musica non era "ispirata", ma era lavoro di sopravvivenza. Il padre era un musicista, sia contrabbassista che suonatore di strumenti a fiato, un uomo pratico, non molto "da salotto", un uomo per il quale la musica era un dovere più che un piacere; Brahms non cresce quindi nel paese idilliaco della musica ispirata, ma in una quotidianità piuttosto dura, dove la musica è lavoro, sopravvivenza, mestiere, sudore.

Questo dettaglio è fondamentale, perché Brahms non sarà mai davvero il compositore etereo, completamente disincarnato, chiuso nella torre d’avorio e che viene ispirato guardando la luna piena. Anche quando scrive pagine di una densità impressionante, dentro la sua musica resta qualcosa di artigianale, muscolare, concreto. Brahms è uno che sa come funziona il suono nelle mani, nelle dita, nel fiato, nel peso di un arco. Prima di diventare il “grande Brahms”, quello delle sinfonie, dei concerti, della musica da camera e del Requiem tedesco, è un ragazzo che studia pianoforte, suona dove può, accompagna, legge, assorbe, impara. Brahms è una macchina da musica.

La sua formazione è solidissima. Studia pianoforte con Otto Friedrich Willibald Cossel e poi con Eduard Marxsen, figura decisiva, che lo educa alla tradizione classica: Bach, Beethoven, Mozart, Haydn... E qui comincia già il paradosso: sarà considerato il custode della grande tradizione tedesca, quasi il “conservatore” per eccellenza, ma in realtà la sua musica è molto meno "classicheggiante" di quanto sembri. Brahms non conserva il passato come si conserva un mobile antico in salotto. Lo smonta, lo studia, lo rimonta, spesso rendendolo più ambiguo, più instabile, più inquieto.

Nel 1853, quando ha vent’anni, accade il fatto che cambia tutto. Brahms parte in tournée con il violinista ungherese Eduard Reményi. Durante questo viaggio incontra Joseph Joachim, violinista straordinario, che diventerà suo amico, collaboratore e tramite fondamentale. Joachim capisce subito che quel giovane con i capelli lunghi, lo sguardo intenso e l’aria un po’ da profeta nordico non è uno qualunque. E quindi eccoci qui, gli dà una lettera di presentazione per Robert Schumann. (di lui parleremo più approfonditamente in un'altra biografia).

Joseph Joachim 1831-1907, violinista, direttore d'orchestra e compositore  ungherese, 1890
Joseph Joachim

E qui entriamo nella parte romanzesca, cioè nella parte in cui la storia della musica sembra improvvisamente scritta da qualcuno che ama i triangoli emotivi, le tragedie silenziose e le lettere piene di sottintesi.

Brahms arriva a Düsseldorf e si presenta a casa Schumann. Robert Schumann è già una figura enorme: compositore, critico, intellettuale, fondatore della “Neue Zeitschrift für Musik”, autore di pagine pianistiche e liederistiche fondamentali. Clara Schumann, sua moglie, è una delle più grandi pianiste del secolo, compositrice, interprete venerata, madre, artista, donna geniale in un mondo che preferiva le donne geniali, sì, ma non troppo autonome.

Brahms suona per loro. Robert resta folgorato. Clara anche. Non è un semplice “bravino, promette bene”. È una specie di apparizione. Schumann, che da anni non scriveva più articoli critici importanti, pubblica sulla sua rivista un testo destinato a diventare celebre: “Neue Bahnen”, “Nuove vie”. In quell’articolo presenta Brahms come l’eletto, il giovane destinato a portare avanti la musica tedesca. Una benedizione potentissima, ma anche un’enorme condanna. Immaginiamo di avere vent’anni e di essere annunciati al mondo come il successore spirituale di Beethoven. La maggior parte di noi si sarebbe data alla coltivazione delle zucchine per evitare il confronto.

Robert Schumann | Biography, Wife, Music, Compositions, Death, & Facts |  Britannica
Robert Schumann

Brahms invece entra nella storia, ma non senza ferite.

Il rapporto con Robert Schumann è intensissimo e brevissimo. Schumann vede in Brahms una promessa, quasi il messia. Brahms vede in Schumann una guida, un padre artistico, una mente affine. Ma nel 1854 il dramma esplode: Robert, già da tempo tormentato da disturbi psichici, tenta il suicidio gettandosi nel Reno. Viene salvato, ma internato in una clinica a Endenich, dove morirà nel 1856.

Brahms, che era entrato in casa Schumann da poco, si trova improvvisamente dentro una tragedia familiare. Non fa un passo indietro. Rimane vicino a Clara (mica stupido), l’aiuta, la sostiene, si occupa dei figli, la accompagna in un momento devastante. Ed è qui che il rapporto tra Brahms e Clara Schumann diventa uno dei nodi più affascinanti, discussi e misteriosi dell’Ottocento musicale.

Brahms si innamora di Clara? Sì, quasi certamente. Clara si innamora di Brahms? La risposta è più complessa, ma l’intensità del loro legame è indiscutibile. Lui ha ventun anni; lei trentacinque, sette figli, un marito internato, una carriera da difendere, un dolore gigantesco sulle spalle. Non siamo davanti a una storiella sentimentale da romanzo rosa con pianoforte sullo sfondo. Siamo davanti a un legame fatto di amore, devozione, senso di colpa, attrazione, pudore, paura, dipendenza emotiva, sublimazione artistica. Se fosse un libro uscito oggi, probabilmente sarebbe un bestseller.

Clara Schumann e Brahms – Wilma Neruda. La violinista che conobbe SherlocK  HOLMES.
A sinistra Clara Schumann, a destra un giovane Bramhs

Le lettere di Brahms a Clara sono piene di tensione. La chiama con affetto, le scrive parole che oscillano tra adorazione e trattenimento. Ma dopo la morte di Robert, qualcosa cambia. In teoria, Brahms e Clara avrebbero potuto sposarsi. In pratica, non lo fanno. Perché? Qui la storia non offre una risposta definitiva, e forse è proprio questo il punto. Brahms era terrorizzato dall’idea del matrimonio? Probabile. Clara sentiva il peso della memoria di Robert? Sicuramente. Il loro legame funzionava proprio perché restava in una zona sospesa? Possibile. A volte i rapporti più intensi sopravvivono solo se non vengono tradotti nella vita quotidiana.

Brahms resterà scapolo per tutta la vita. Non per assenza di sentimenti, ma forse per eccesso di complessità sentimentale. Ebbe altre relazioni, altri affetti, altre possibilità matrimoniali, ma nessuna si concretizzò. Clara, invece, rimase per lui una presenza centrale fino alla fine. Fu amica, consigliera, interprete, confidente, giudice. Quando Brahms scriveva, Clara era spesso una delle prime persone a cui pensava. La sua approvazione contava moltissimo.

Questa relazione non è importante solo sul piano biografico. È importante perché entra nel suono di Brahms. Non nel senso banale del “questa melodia parla di Clara”, anche se talvolta è possibile cogliere riferimenti e codici personali. Entra in modo più profondo: nel modo in cui Brahms costruisce una musica che sembra sempre trattenere qualcosa. La sua scrittura è piena di passioni che non esplodono mai in modo completamente teatrale. È una musica del desiderio controllato, della nostalgia che non si concede il melodramma, della confessione che arriva filtrata attraverso il contrappunto.

Brahms non è Wagner. Non vuole dissolvere tutto in un’estasi continua, in un oceano armonico che travolge l’ascoltatore. Brahms lavora per compressione. Nasconde il fuoco dentro strutture rigorose. E proprio per questo, quando il fuoco si sente, brucia di più.

La sua carriera, intanto, procede lentamente ma con forza. Dopo gli anni giovanili e la protezione simbolica di Schumann, Brahms deve costruirsi una voce autonoma. Non è facile. L’ombra di Beethoven è ovunque, soprattutto quando si tratta di sinfonia. Brahms aspetta moltissimo prima di pubblicare la sua Prima Sinfonia: arriva solo nel 1876, quando lui ha quarantatré anni. Una lentezza che oggi sembra quasi inconcepibile, abituati come siamo all’ansia di produrre, postare, pubblicare, uscire, rilanciare, essere rilevanti ogni tre giorni. Brahms invece aspetta. Lavora. Distrugge. Riscrive. Dubita.

Il dubbio è una delle sue caratteristiche più moderne. Brahms non è il genio romantico che lascia cadere capolavori dal cielo mentre guarda il tramonto. È un compositore ossessivo, severissimo con sé stesso, capace di distruggere opere che non riteneva all’altezza. La sua produzione è enorme, ma potrebbe essere stata ancora più grande se non avesse eliminato tutto ciò che non corrispondeva al suo standard. In questo senso, Brahms è quasi anti-social: non documenta ogni tentativo, non mostra il processo per ottenere consenso. Brucia le bozze e lascia solo ciò che regge.

Nel catalogo brahmsiano troviamo quasi tutto, tranne l’opera. Sinfonie, concerti, musica da camera, musica pianistica, lieder, cori, danze, variazioni. La musica da camera è uno dei suoi territori più alti: trii, quartetti, quintetti, sestetti, sonate. È il luogo ideale per il suo linguaggio, perché permette intimità e architettura, dialogo e densità. In Brahms gli strumenti non “accompagnano” semplicemente: pensano, rispondono, si contraddicono. La sua musica da camera sembra spesso una conversazione tra persone intelligenti che provano sentimenti troppo profondi per nominarli direttamente.

Un capitolo speciale riguarda il clarinetto. Negli ultimi anni, Brahms sembra sul punto di smettere di comporre. Poi incontra Richard Mühlfeld, clarinettista dell’orchestra di Meiningen, e il suono di quello strumento gli riapre una porta. Nascono il Trio op. 114, il Quintetto op. 115 e le due Sonate op. 120. È come se Brahms, vicino alla fine, trovasse nel clarinetto una voce perfetta per il suo ultimo stile: calda, ombrosa, ambigua, capace di cantare senza esibizionismo. Il clarinetto brahmsiano non si pavoneggia: parla da una stanza nascosta.

Clara muore il 20 maggio 1896. Per Brahms è un colpo durissimo. La loro amicizia era durata più di quarant’anni. Lui le sopravvive meno di un anno: muore a Vienna il 3 aprile 1897. È difficile non leggere questa vicinanza cronologica in modo simbolico, anche se la biografia non va trasformata in sceneggiatura sentimentale. Però è vero: con Clara scompare una parte essenziale della sua vita affettiva, artistica e spirituale.

Brahms resta una figura scomoda da incasellare. Troppo classico per i rivoluzionari, troppo inquieto per i conservatori. Troppo disciplinato per essere ridotto a romantico passionale, troppo emotivo per essere liquidato come accademico. Il suo rapporto con Schumann e Clara ci mostra proprio questa tensione: Brahms nasce artisticamente dentro un’investitura romantica, quasi profetica, ma passa la vita a trasformare l’emozione in forma, la ferita in struttura, l’amore in memoria sonora.

Forse è per questo che ancora oggi la sua musica ci colpisce così tanto. Non ci dice: “guardate quanto soffro”. Ci dice qualcosa di più adulto, e forse più devastante: “ho sofferto, ma ho costruito una forma abbastanza resistente da contenerlo”. E in quella forma, tra una progressione armonica, un tema che ritorna cambiato, una voce interna che si muove quasi di nascosto, sentiamo ancora Robert, Clara, Johannes. Tre nomi, tre destini, una delle storie più intense della musica europea.

E con questo abbiamo terminato anche il nostro appuntamento odierno, oggi dedicato a Brahms! Cosa ne pensate? Clara ha davvero influenzato così tanto Brahms? Intanto noi vi lasciamo qualche consiglio di ascolto qui sotto!

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