Andrea Laszlo de Simone non ha bisogno di presentazioni, il suo biglietto da visita è la sua musica. Per questo ho deciso di lasciare a chi non ha ancora avuto la fortuna di incontrare la sua voce e le sue parole, tra le migliaia di dischi che saturano il mercato discografico ogni anno, la possibilità di farlo autonomamente (non se ne pentirà), in modo che io possa concentrarmi su un altro aspetto della sua figura artistica: l’opera audiovisiva che ha deciso di proiettare nei cinema all’uscita del suo ultimo album, “Una lunghissima ombra”. L’idea del cantautore torinese è stata particolarmente audace in un mondo pervaso da una musica liquida che tende a infiltrarsi in ogni piccolo spazio vuoto della nostra quotidianità e di conseguenza non trova un proprio momento esclusivo, creato appositamente per un ascolto attento e attivo. L’effetto che un’esperienza del genere ricerca è quello di costringere lo spettatore in sala ad immergersi completamente nelle immagini che ha davanti, ma non solo: essendoci un unico frammento visivo per ogni brano, ognuno caratterizzato da minimi e ripetitivi movimenti, l’iniziale novità colta dall’occhio sullo schermo quando vede apparire un nuovo scenario diventa quasi subito abitudine. Con lo spostamento dell’attenzione dalla vista all’udito, ogni distrazione viene neutralizzata e paradossalmente anche l’immagine perde la sua funzione di disturbo rispetto al suono permettendo all’ascoltatore di captare e assorbire nel modo più ricettivo possibile ogni elemento acustico. Una simile modalità di fruizione ricorda da vicino ciò che avviene a teatro o nei concerti di musica classica, ambienti tipicamente evitati da chi ne percepisce l’alta soglia di attenzione richiesta per un tempo più o meno lungo. “Una lunghissima ombra” è la dimostrazione di come, anche nel diverso ambito della “musica leggera”, si possa vivere un’esperienza sensoriale profondamente differente dall’ascolto passivo di musica che fa da sottofondo alle nostre attività di ogni giorno.
Le sequenze visive proiettate nelle sale cinematografiche nei mesi successivi all’uscita dell’album, pubblicato il 17 ottobre 2025, sono oggi disponibili su YouTube e in un’ora e sette minuti danno vita a un racconto con una forte logica narrativa, tanto complessa da analizzare quanto ricca di spunti incredibilmente acuti dal punto di vista musicale, visivo, poetico e filosofico. Partendo dalla consapevolezza di non riuscire ad esaurire le potenzialmente infinite osservazioni su questa piccola opera d’arte totale, cercherò di riassumerne le coordinate principali, allo scopo di proporre una guida all’ascolto dell’album.

Il viaggio parte dal buio, da cui emerge un’unica fonte di luce che si rivela poi essere la sigaretta in mano al cantante, il cui volto appare per qualche secondo prima di accogliere un nuovo tipo di luminosità: il momento individuale e intimo del fumo si moltiplica nelle illuminazioni di una città notturna, sulla quale compare il titolo dell’album. Il primo brano, “Il buio”, delinea chiaramente il percorso fino ad ora compiuto, il quale prosegue nei movimenti oscillatori di un fuoco che imita una danza, sempre su uno sfondo nero, accompagnato dal secondo brano, “Ricordo tattile”, che suggerisce la sensazione di calore sprigionata dallo schermo. La forte consonanza tra i concetti evocati dai titoli delle canzoni e le immagini presentate continua con “Neon”, intermezzo strumentale durante il quale compare una stazione vuota animata dalle luci delle macchine e da un treno in arrivo: viene riproposta la stessa atmosfera iniziale della città notturna, solo per salutarla. La successiva “La notte” sancisce infatti la scomparsa del buio, trasportando lo spettatore davanti a uno spazio aperto, in cui le illuminazioni dei paesi sono ormai in lontananza e si spengono all’arrivo della luce più importante del sole che sorge. Nell’ultima parte della canzone la nuova fonte di luce si mostra con i suoi raggi e rivela una nuova realtà in cui tutto, a partire dalla musica, rinasce e acquista un nuovo senso; la sensazione che evoca, dal mio punto di vista, è quella di un invito a ricordare che quando ci si risveglia da una notte difficile il giorno, illuminando le ombre, le cancella e dona una prospettiva inedita sul mondo.
Dopo la lettura di questa prima parte come un unico blocco attraversato da contrasti visivi e concettuali di luci e ombre, con “Colpevole” si smorzano immediatamente a livello musicale l’apertura e la gioia della nuova mattina, lasciando spazio a una riflessione sulla propria colpevolezza, forse ancora un ricordo della notte appena passata.
L’attacco ricorda l’inconfondibile chitarra dell’inizio di “Poesia” di Riccardo Cocciante ed è subito chiara la diversa atmosfera intima ed essenziale in cui ci si sta per immergere. Un palazzo e un incrocio stradale fanno da cornice a questo sussurrato grido interiore di chi sa di essere colpevole e se lo ripete continuamente, mentre le macchine si rincorrono velocizzate sullo schermo, allo stesso ritmo incalzante degli archi, la cui intensità cresce fino a raggiungere il picco massimo di questa potente parentesi di autoanalisi. Dei respiri profondi sembrano riportare la nostra attenzione all’iniziale sigaretta e quindi all’individuo che esiste dietro a tutti i messaggi che stanno prendendo vita sullo schermo, immergendo chi li sta osservando e ascoltando in una dimensione universale che trascende la singolarità.
La nebbia che improvvisamente si diffonde non può che accompagnare il brano più lungo dell’album, “Quando”: l’ascoltatore non ha uno spazio da osservare e allora si concentra sulle parole del cantautore, che sembrano ancora più ovattate e nascoste dal paesaggio ricoperto dalle nuvole e sospendono per otto minuti l’esistenza di chi viene accolto in questo universo altro.
Si ritorna improvvisamente alla realtà con degli alberi non più nascosti, i cui rami sono pieni di uccelli che volano uscendo ed entrando continuamente dall’inquadratura; le parole di “Aspetterò” sono finalmente libere di muoversi e la presa di coscienza dell’impossibilità di darsi delle risposte acquista tramite le ali spiegate una forte sensazione di apertura alle possibilità che il mondo offre ai suoi abitanti ogni giorno. Mentre si è costretti ad aspettare una fine che rimane senza spiegazioni, la soluzione è vivere.
Si apre una nuova parentesi, annunciata da una voce infantile che canticchia il ritornello di “Per te” proprio all’inizio della canzone. Una paperella rosa di gomma entra ed esce dallo schermo lasciandosi trasportare dall’acqua piena di schiuma e le angosce esistenziali sembrano lasciare spazio a parole piene di amore, come se la riflessione su se stessi, dopo aver constatato l’impossibilità di avere tutte le risposte, cercasse una via di uscita nell’amore verso l’altro. Il tema infantile e affettivo viene portato avanti anche dalla successiva sequenza di immagini, raffiguranti una giostra notturna splendente di luci colorate, in cui ritornano i toni dell’autoanalisi interiore con una lunga lista di errori e incertezze volte a delineare un bilancio della propria vita. Cantando che “nessuno ha mai avuto un momento migliore” la disperazione lascia spazio alla serena presa di coscienza della necessità di fare pace con il proprio passato, inseguendo la purezza di un’infanzia mai del tutto persa, che ogni tanto riemerge inaspettatamente. Il tema affidato agli archi sembra richiamare quello di “Bitter Sweet Symphony” dei The Verve e contribuisce ad alimentare una diffusa solennità, accentuata dall’ingresso finale degli ottoni.
“Diffrazione”, mostrando le acque agitate di un fiume, annuncia un nuovo passaggio all’interno del viaggio di Andrea Laszlo de Simone, che recupera i toni riflessivi di molti brani precedenti con la nuova consapevolezza acquisita lungo il percorso: “E vivo pienamente / In preda alle emozioni / E non ho più paura / Ormai non temo niente / Chi vive morirà”. Quello che definirei l’io lirico (se ci si sofferma a leggere le parole di questo album credo che nessuno possa dissentire dal considerarle poesia) trova una consolazione alla morte semplicemente nel contrapporle la vita; vivere per qualcosa che si ama rende immortali, permette di annientare la paura che si prova davanti al buio finale a cui si ritornerà alla fine dell’opera, come un cerchio che si chiude.
“Planando sui raggi del sole”, è un’altra interruzione momentanea della vita, una possibilità di immaginarsi come angeli che sorvolano la pesantezza del mondo e soffiano via tutte le condizioni terrene da cui ci si sente oppressi. La disposizione ascendente delle note che si sprigionano dalle parole “Tu chiudi gli occhi / E soffia”, accompagnata da un fiume illuminato dai raggi del sole, imita proprio questo progressivo distacco dalla terra verso l’alto. È un brano che mi piace leggere come un suggerimento a cercare nella vita terrena ciò che la eleva anche solo momentaneamente a una dimensione di leggerezza o, per dirlo con le parole di Calvino, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Il viaggio sta volgendo al termine e con “Spiragli” e “Quello che ero una volta”, accompagnati entrambi da spirali di fumo su uno sfondo indistinto, lo spettatore capisce di essere ormai su un altro piano rispetto a quello di partenza: prima vedeva la sigaretta, ora si innalza a vedere il fumo senza la sua fonte, prima vedeva la città e poi, passando attraverso la nebbia, è fuoriuscito in luoghi che rivelano una dimensione più onirica che reale, atmosfera che prosegue in “Rifrazione”, altro brano strumentale dove una luce illumina un’acqua scura in uno scenario notturno. Ed eccoci al momento della rivelazione, che squarcia con tutta la forza possibile il velo di Maya per farci rendere conto che non sapremo mai tutto di noi stessi e del mondo che ci circonda. La ripetizione martellante di “Non è reale” su degli elementi elettronici, che creano un’atmosfera del tutto nuova rispetto al tappeto sonoro omogeneo che accompagna il resto dei brani, è come un mantra che sancisce l’ingresso in un nuovo mondo senza tempo, lo stesso suggerito in tanti passaggi precedenti. Il nuovo universo annunciato trova il proprio spazio nel buio iniziale, accompagnato però qui dalla luce della luna, uno degli elementi tanto misteriosi quanto affascinanti che in modi a noi inspiegabili dominano e muovono le nostre vite.
L’ultimo capitolo dell’itinerario è quello che dà il nome all’album e registra, con l’immagine di foglie sui rami che si muovono spostate dal vento e sembrano sul punto di cadere, lo scorrere del tempo, tema portante di tutta l’opera. L’allungarsi delle ombre verso sera testimonia proprio l’avvicinarsi del buio in una giornata e, a livello più ampio, l’avvicinarsi alla morte. Il tema strumentale finale conclude l’album ribadendo il ruolo fondamentale di melodie e motivi classici, i quali contribuiscono a rafforzare il significato dei testi e conferire loro una profondità rara, che richiama la forza poetica del nostro cantautorato italiano.
Tornando ancora più indietro nel tempo, il precursore di un’opera dall’organicità così forte, in cui la fruizione complessiva prevale sui singoli brani, potrebbe essere rintracciato nel ciclo di Lieder, il cui rappresentante più autorevole è Schubert con il suo “Winterreise” del 1827: poesia e musica ruotano attorno a un tema portante, quello del “wanderer”, il viandante che compie un viaggio alla scoperta della propria identità accompagnato da un paesaggio invernale che ne esprime i tormentati dubbi esistenziali destinati a rimanere irrisolti.

È inevitabile accostare il protagonista di “Una lunghissima ombra”, prolungamento del suo autore reale, alla figura del vagabondo alla ricerca di un senso, i cui moti interiori sono seguiti da una natura e da un ambiente antropizzato ora rasserenanti, ora più riflessivi. In entrambe le opere, inoltre, la morte costituisce un leitmotiv che torna insistentemente a tormentare l’essere umano come se fosse la sua stessa ombra; tutti e due gli itinerari si concludono proprio con l’accettazione di questa presenza costante. Un macrotesto poetico attraversato dal tema del tempo che scorre o l’unico movimento di un poema sinfonico che mette in musica un percorso interiore: “Una lunghissima ombra” rappresenta un piccolo capolavoro della nostra cultura contemporanea per la sua raffinata coesione stilistica e per i ponti che crea verso un “oltre” di cui oggi più che mai dobbiamo riconoscere l’esistenza e con cui abbiamo l’urgenza di porci in dialogo.
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