Tra pianoforte, amori e malattie mentali, scopriamo la vita di Robert Schumann! E quindi eccoci qui, bentornati in una nuova biografia!

Robert Schumann nasce a Zwickau, in Sassonia, l’8 giugno 1810. E già qui conviene chiarire una cosa: Schumann non nasce semplicemente “musicista”. Nasce lettore, sognatore, divoratore di poesia, futuro compositore, futuro critico, futuro marito di Clara Wieck, futuro caso clinico per musicologi troppo sicuri di sé. Insomma: nasce complicato. E la complicazione, in Schumann, non è un difetto biografico. È proprio il materiale di partenza.

Casa di Schumann

Il padre, August Schumann, è libraio, editore, traduttore. In casa Schumann, quindi, la cultura non è un soprammobile: è aria quotidiana. Robert cresce tra libri, letteratura romantica, poesia, immaginazione. Da ragazzo scrive, legge, si appassiona ai mondi interiori, ai doppi, alle maschere, alle identità frantumate. Prima ancora di diventare un compositore romantico, Schumann pensa già romanticamente. Per lui l’arte non sarà mai solo costruzione sonora: sarà diario, teatro mentale, confessione cifrata, romanzo interiore senza parole.

La musica arriva presto, ma non subito come unica via. Schumann è combattuto tra letteratura e pianoforte, tra scrittura e suono. Inizia studi giuridici a Lipsia, ma il diritto, diciamolo, non aveva alcuna possibilità contro il suo temperamento. Immaginate Schumann davanti a un manuale di procedura civile: probabilmente dopo tre pagine stava già inventando un alter ego malinconico che discuteva con un alter ego impulsivo sul destino dell’umanità. La legge poteva aspettare, la. musica assolutamente no.

A Lipsia incontra Friedrich Wieck, insegnante di pianoforte severissimo e metodico, uno di quegli uomini convinti che il talento sia una cosa bellissima purché obbedisca a un calendario militare. Wieck ha una figlia, Clara, prodigio assoluto del pianoforte. Quando Robert entra nel loro mondo, Clara è ancora giovanissima, ma già destinata a una carriera fuori dal comune. È una pianista formidabile, educata dal padre con disciplina feroce, portata in tournée, esibita, costruita quasi come un capolavoro tecnico e commerciale (di lei parleremo meglio in un prossimo articolo, non vi preoccupate).

File:Franz Hanfstaengl - Clara Schumann (1857).jpg
Clara Wieck

Schumann, intanto, sogna di diventare un grande virtuoso. Il problema è che il suo corpo non collabora. La storia racconta che si rovina una mano, forse con un apparecchio meccanico per rafforzare le dita, forse per eccesso di studio, forse per una patologia non del tutto chiara. Come spesso accade nelle biografie romantiche, il dettaglio tecnico è meno importante del risultato simbolico: Schumann perde la possibilità di diventare il pianista che voleva essere. La carriera da virtuoso si chiude prima di cominciare davvero.

Per molti sarebbe una tragedia definitiva e, in parte, anche per Robert lo è; per Schumann, però, diventa una deviazione necessaria. Non potendo conquistare il mondo come pianista, decide di conquistarlo come compositore e critico. Ed è qui che nasce uno degli Schumann più affascinanti,quello della musica per pianoforte degli anni Trenta. Sono anni di invenzione febbrile. Scrive opere come Papillons, Carnaval, Davidsbündlertänze, Kreisleriana, Kinderszenen. Titoli che sembrano già miniature letterarie o frammenti di diario.

In queste pagine il pianoforte non è semplicemente uno strumento ma è il riflesso di una psiche (anche un po’ tormentata). Schumann inventa un universo abitato da personaggi, allusioni, citazioni, sigle nascoste, danze mascherate. C’è Florestano, impetuoso, passionale, instabile. C’è Eusebio, introverso, lirico, sognante. Due alter ego che rappresentano poli diversi della sua personalità. Schumann non compone solo temi ma mette in scena conversazioni interiori. È come se il Romanticismo tedesco avesse trovato una tastiera e avesse deciso di usarla per fare psicoanalisi con settant’anni d’anticipo.

Nel 1834 fonda la Neue Zeitschrift für Musik, rivista destinata ad avere un ruolo enorme. Schumann il critico è brillante, visionario e combattivo. Non si limita a recensire concerti con aria annoiata da addetto ai lavori ma costruisce un’estetica, difende i nuovi talenti, attacca la mediocrità, sogna una lega immaginaria di artisti contro i “filistei”, cioè contro il gusto piatto, borghese e conformista. La chiama Davidsbund, la lega di Davide. Anche qui, non gli bastava scrivere critica musicale ma doveva trasformarla in mitologia.

Neue Zeitschrift für Musik - Wikipedia
Neue Zeitschrift für Musik

Ma al centro della sua vita, sempre più, c’è Clara.

Il rapporto tra Robert Schumann e Clara Wieck è una delle grandi storie d’amore della musica, ma attenzione, non va raccontata come un romanzo rosa qualunque. È una storia piena di ostacoli, tensioni familiari, conflitti economici, battaglie legali, squilibri di potere e malattie mentali di mezzo. Clara non è semplicemente “la musa di Schumann”, formula comoda ma un po’ pigra. Clara è una musicista gigantesca, una pianista celebre in tutta Europa, una compositrice, una donna che lavora, guadagna, sostiene una carriera in un secolo che preferiva le donne come macchine ispiratrici, un po’ meno come lavoratrici autonome e compositrici.

Friedrich Wieck si oppone duramente alla relazione. Dal suo punto di vista, Robert non è un buon partito: è instabile, economicamente incerto, troppo artista, troppo poco garanzia in tutti sensi. E poi Clara è anche il suo progetto, la sua creatura musicale, il suo investimento umano e professionale; lasciarla sposare Schumann significa perdere controllo. Robert e Clara però resistono. Si scrivono, si cercano, combattono, non mollano assolutamente. Alla fine arrivano in tribunale per ottenere il permesso di sposarsi contro la volontà del padre di lei. Il matrimonio avviene nel 1840, il giorno prima del ventunesimo compleanno di Clara.

Robert e Clara Schumann

Il 1840 è anche il cosiddetto “anno dei Lieder”. Schumann, come se l’apertura sentimentale avesse spalancato una diga creativa, compone una quantità impressionante di canzoni. Nascono cicli fondamentali come Dichterliebe e Frauenliebe und -leben. Il Lied diventa il luogo perfetto per il suo mondo: poesia, interiorità, frammento, ambiguità emotiva. In Schumann il pianoforte non accompagna soltanto la voce ma la commenta, la anticipa, ricorda, contraddice. Insomma, è come se dicesse quello che il cantante non riesce a comunicare.

La vita matrimoniale tra Robert e Clara è intensa e produttiva, ma tutt’altro che semplice. Hanno molti figli, le responsabilità domestiche aumentano e le tensioni economiche non mancano. Clara continua a esibirsi, ed è spesso lei la figura pubblica più solida della coppia. Robert compone, scrive, dirige, ma il suo equilibrio psicologico è fragile. Qui bisogna essere precisi: parlare della “follia di Schumann” è facile, quasi scenografico, ma rischia di ridurre una vita complessa a una cartolina morbosa. Schumann soffrì realmente di gravi disturbi psichici, con fasi depressive, allucinazioni uditive, angosce, crolli. Ma non fu “il pazzo romantico” che compone perché impazzisce. Fu un artista lucidissimo per gran parte della sua vita, e la malattia non spiega il suo genio. Al massimo, ne attraversa tragicamente la biografia.

Negli anni Quaranta Schumann allarga il proprio catalogo. Non scrive più solo per pianoforte e voce. Si confronta con la sinfonia, con la musica da camera, con l’oratorio, con il teatro. Nascono opere come la Prima Sinfonia “Primavera”, la Seconda Sinfonia, il Concerto per pianoforte, i quartetti per archi, il Quintetto e il Quartetto con pianoforte. La sua musica da camera è un luogo di densità emotiva e intellettuale: meno brillante esteriormente di Mendelssohn, meno monumentale di Brahms, ma piena di scarti improvvisi, malinconie, accensioni, zone d’ombra.

Il Concerto per pianoforte in la minore è forse uno dei suoi capolavori più amati. Non è un concerto da gladiatore della tastiera. Non mette il solista contro l’orchestra come se fossero due eserciti in una campagna napoleonica ma è piuttosto un dialogo, una forma poetica in cui il pianoforte canta, risponde e si intreccia con tutto il resto. E non è secondario che Clara lo abbia eseguito e difeso: in molte opere di Schumann, Clara non è solo destinataria ideale, ma parte attiva della loro vita concreta.

Poi arriva Düsseldorf. Nel 1850 Schumann diventa direttore musicale della città. Sulla carta sembra una buona posizione ma, nella pratica, non funziona benissimo. Dirigere richiede autorità pratica e rapidità ma soprattutto capacità diplomatica. Schumann non era esattamente il tipo da risolvere una prova orchestrale con efficienza manageriale. Le difficoltà aumentano, i rapporti professionali si incrinano, la salute peggiora. Ha bisogno di tranquillità, ci manca solo che entri nella sua vita qualcuno di nuovo…

Nel 1853 entra in scena Johannes Brahms. (Avete letto l’articolo su di lui? Clicca qui per leggerlo dai!)

Brahms ha vent’anni, arriva a casa Schumann con una lettera di presentazione di Joseph Joachim e si siede al pianoforte. Robert e Clara capiscono subito che si trovano davanti a qualcosa di eccezionale. Schumann, che da tempo non pubblicava interventi critici importanti, scrive l’articolo Neue Bahnen, “Nuove vie”, in cui presenta Brahms come il giovane destinato a rinnovare la musica tedesca. È un gesto enorme, una consacrazione pubblica, quasi un passaggio di testimone. Anche un peso tremendo per Brahms, che da quel momento si ritrova addosso l’etichetta di “prescelto”. Molto romantico, certo…anche un po’ stressante.

Un giovane Brahms

Il rapporto tra Schumann e Brahms dura pochissimo, ma ha un’importanza simbolica enorme. Robert vede in Brahms una promessa, forse anche una continuità. Brahms vede in Robert una figura paterna, un maestro spirituale, un uomo da venerare e proteggere. Ma la tragedia arriva quasi subito.

Nel febbraio 1854 Schumann, tormentato da allucinazioni e da uno stato mentale sempre più grave, tenta il suicidio gettandosi nel Reno. Viene salvato, ma chiede di essere internato. Trascorrerà gli ultimi anni nella clinica di Endenich, vicino a Bonn. Clara potrà vederlo solo molto tardi, poco prima della morte. Schumann muore il 29 luglio 1856, a quarantasei anni.

Da questo momento, la storia di Robert si intreccia inevitabilmente con quella di Clara e Brahms. Brahms resta vicino a Clara, la sostiene, la aiuta con i figli, entra nella casa Schumann come presenza affettiva e pratica. Tra lui e Clara nasce un legame profondissimo, probabilmente amoroso, certamente intensissimo. Ma Robert, anche assente, resta al centro. È il marito, il padre, il genio ferito, il fantasma morale attorno al quale tutto ruota. La relazione tra Brahms e Clara non può essere compresa senza questa presenza invisibile di Schumann.

E forse proprio qui si misura la grandezza tragica di Robert: anche dopo il crollo, anche dopo il silenzio, continua a generare destini musicali. Aveva riconosciuto Brahms prima di tutti, aveva costruito con Clara una delle alleanze artistiche più importanti dell’Ottocento. Aveva trasformato il pianoforte in diario interiore, il Lied in scena dell’inconscio, la critica musicale in battaglia estetica.

Schumann non è soltanto il compositore fragile, malato e visionario. È anche un intellettuale lucidissimo, un architetto di mondi poetici, un uomo che ha capito che la musica poteva parlare non solo di emozioni, ma di identità multiple, memoria, sogno, letteratura, desiderio, paura. La sua modernità sta proprio qui, nella frattura. In Schumann non c’è mai una sola voce, c’è sempre qualcuno che canta e qualcun altro che ascolta da dentro. C’è Florestano che vuole bruciare tutto e dall'altra parte c'è Eusebio che abbassa lo sguardo, Clara che risuona come presenza reale e ideale, Brahms che arriva come futuro possibile, Robert che cerca una forma abbastanza sottile da contenere il caos.

Forse è per questo che la sua musica continua a inquietarci. Non perché sia semplicemente triste, romantica o “bella”, ma perché sembra conoscere quella sensazione precisa in cui dentro di noi parlano più persone, e nessuna riesce davvero a vincere. Schumann ha dato a quella confusione una forma. E quando un artista riesce a dare forma alla fragilità senza renderla decorativa, lì non siamo più davanti alla biografia: siamo davanti alla verità.

Speriamo che questa biografia vi sia piaciuta e noi, come al solito, vi lasciamo a qualche consiglio di ascolto!

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