“L’architettura è musica congelata (o pietrificata)”. È una di quelle frasi che fanno subito molto intellettuale. La versione originale tedesca, gefrorene Musik oppure versteinerte Musik, nasce nel clima tra fine Settecento e primo Ottocento, tra tardo Illuminismo, Neoclassicismo e Romanticismo, quando pensatori e artisti riflettevano sui rapporti e sulla vicinanza tra le diverse arti. I romantici portarono quest’idea all’estremo. Secondo loro le arti dovevano fondersi. Pittura, musica, poesia, architettura dovevano concorrere a creare un’unica esperienza emotiva totale. Richard Wagner chiamerà questa convinzione Gesamtkunstwerk, cioè “opera d’arte totale”. Un nome complicato per dire che quando arte, musica, parola e spazio lavorano insieme, succede qualcosa di potentissimo. Wagner volle trasformare questa idea in uno spazio reale, facendo costruire il Teatro dell’Opera a Bayreuth, in Germania, inaugurato nel 1876 e progettato per far scomparire ogni separazione tra scena e spettatore. L’orchestra nascosta sotto il palco elimina la fonte visibile del suono. Inoltre la sala organizzata “a ventaglio”, e la scarsa illuminazione, contribuiscono a concentrare l’attenzione sull’azione scenica, rendendo l’Opera un’unica esperienza immersiva in cui le diverse arti si fondono in una soluzione di continuità.
Torniamo alla metafora iniziale: l’idea di estrema correlazione tra musica e architettura circolava in diversi ambienti ed è stata infatti attribuita a Schlegel, a Schelling, e perfino a Goethe, che in un periodo ormai maturo e più vicino a un ideale classico di equilibrio, rifletteva sul rapporto tra le due arti con immagini di grande forza evocativa. Insomma, più che una formula precisa, è una di quelle intuizioni che hanno attraversato tutto un periodo.
Ma la domanda giusta è: cosa vuol dire davvero? E soprattutto: cosa c’entra una cattedrale con una sinfonia? Più di quanto magari sembri.
In realtà l’idea di un’affinità tra musica e architettura è molto più antica: già ai tempi di Socrate si parlava, in forma ancora embrionale e metaforica, di edifici che ‘suonano’ o che hanno una sorta di voce propria. Da lì in poi, per secoli, filosofi, musicisti, architetti e artisti hanno avuto il sospetto che musica e architettura fossero parenti strette. Cugine, forse sorelle.
Pensate a una cattedrale gotica. Guglie che salgono verso il cielo, archi che si rincorrono, colonne che sembrano battute ritmiche. Le navate non sono solo esteticamente ‘belle’, ma hanno ritmo. Le finestre colorate creano pause e accelerazioni visive. Le volte altissime fanno salire lo sguardo proprio come una melodia sale verso l’acuto. E il suono, lì dentro, cambia completamente. Non è un caso se tanta musica sacra sia nata per quegli spazi: il riverbero dell’edificio è praticamente un musicista aggiunto. Succedeva anche nella Venezia barocca di Antonio Vivaldi, all’Ospedale della Pietà, dove le giovani orfane musiciste suonavano dietro grate e balconate interne. L’acustica dell’edificio allungava gli echi e mescolava i suoni, creando un effetto quasi mistico. Vivaldi stesso, infatti, compose musica pensata per quell’organico e per quegli spazi. Le condizioni esecutive della Pietà mostrano quindi in modo concreto come l’architettura non fosse un semplice contenitore della musica, ma un elemento attivo della sua resa sonora. In pratica non erano solo costruzioni ma enormi strumenti musicali percorribili.
Ora pensate a una sinfonia di Beethoven. Temi che tornano, tensioni che crescono, esplosioni improvvise, silenzi pieni di significato. Tutto sembra guidarci da qualche parte. Non per nulla il compositore è stato spesso descritto come un architetto del suono. E non perché portasse il casco da cantiere. Ogni nota sembra stare lì perché deve stare lì, come una pietra portante in una cattedrale. E infatti ascoltando Beethoven raramente ci si perde. Anche nei momenti più tempestosi, c’è sempre la sensazione che qualcuno tenga il timone. Come quando in una grande chiesa seguiamo automaticamente la navata centrale senza bisogno di cartelli.
In questo senso alcune forme musicali funzionano come vere e proprie costruzioni. La ‘fuga’, per esempio, è una delle strutture più “architettoniche” della musica barocca: un tema iniziale viene ripreso e imitato da più voci che entrano in successione, sovrapponendosi e intrecciandosi secondo regole rigorose di proporzione e simmetria. Il risultato è una costruzione sonora in cui ogni elemento è necessario agli altri, come in un edificio in cui ogni parte sostiene il tutto.
La musica, insomma, può avere fondazioni, facciate, simmetrie, perfino impalcature. Ma il rapporto funziona anche al contrario.

Goethe parlava addirittura di “musica ammutolita” perché l’architettura è un'armonia resa solida, visibile e silenziosa. Ma ci sono alcuni edifici che sembrano davvero suonare. Non metaforicamente, proprio fisicamente.
A Zara, in Croazia, esiste un Organo marino progettato dall’architetto Nikola Bašić: gradini di marmo sotto cui passano canne sonore mosse dalle onde. Il mare diventa musicista. Ogni giorno il concerto cambia, senza nessuno che lo diriga.

Anche Frank Lloyd Wright, uno degli architetti più famosi del Novecento, progettando la celebre Casa sulla Cascata, immaginò un edificio che dialogasse continuamente con il suono dell’acqua, dentro il ritmo della natura.

E poi c’è il vento. In India, il Palazzo dei Venti di Jaipur è una costruzione del Settecento progettata perché le correnti attraversino le aperture producendo vibrazioni e suoni continui.

Insomma: l’architettura canta e la musica costruisce spazi.
Succede continuamente quando ascoltiamo un brano a occhi chiusi. La musica crea ambienti mentali, paesaggi, stanze emotive. Alcune composizioni sembrano immense e luminose; altre claustrofobiche. Senza usare nemmeno un mattone.
Anche il tempo conta. Un edificio non si vive tutto insieme: lo attraversiamo, lo scopriamo un poco alla volta, proprio come un brano musicale.
Baudelaire parlava di “corrispondenze” tra colori, suoni, profumi e immagini. Per lui un quadro poteva essere musicale e una melodia poteva avere colori. Ciò che oggi chiamiamo sinestesia.
Anche i pittori provarono a tradurre la musica in immagini. Delacroix nel 1831 dipingeva Paganini quasi come se il violino muovesse il pennello. Caspar David Friedrich immaginava chiese gotiche fuse con arpe e strumenti musicali. Le corde dell’arpa e le guglie delle cattedrali diventavano la stessa linea ascendente.

Ed è forse questo il punto più interessante di tutta la faccenda: certe opere riescono a superare i confini della propria disciplina.
Una cattedrale può sembrare una sinfonia. Una sinfonia, a sua volta, può allargarsi fino a diventare un paesaggio, uno spazio che si attraversa. Un quadro non resta fermo sulla tela, ma può iniziare a scandire il tempo, a suggerire un andamento. E persino la poesia, che lavora con le parole, a volte si costruisce come un edificio, con piani, aperture, strutture nascoste. E allora le differenze contano fino a un certo punto. Cambiano i materiali, cambiano i linguaggi, cambiano i gesti. Eppure resta qualcosa che li attraversa tutti: il bisogno di esplorare e dare forma a qualcosa di invisibile.
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