Ma in che senso?!

Uno è contenuto rapido, veloce e del quale usufruiamo senza nemmeno rendercene conto, l'altra è un impegno di minimo 2 ore; ma allora come fanno a essere la stessa cosa?

Bentornati nella nostra rubrica Prospettive!

Volenti o meno, siamo tutti finiti su un contenuto verticale breve, i cosiddetti short form content, che essi siano dei video su Instagram (i Reel) o dei contenuti sulla piattaforma principe di questa categoria: TikTok.

Quando ci troviamo di fronte a questo tipo di contenuti, è come se il nostro cervello si spegnesse: eh si, infatti sembra quasi che più ne guardiamo e più ne guarderemmo, avendo sempre più "fame". Questo è il famoso fenomeno del "doom scrolling", ovvero il consumare i contenuti a cervello spento, azzerato, guardando cose di cui magari nemmeno ci interessa. E tutto questo è dato dall' "hook" , ovvero il gancio, l'uncino, quei primi 2 secondi di un video che ci fanno rimanere incollati allo schermo: senza quei 2 secondi che ci prendono, ci agganciano appunto, senza capire subito di cosa sta parlando quel video, non ci sarebbero così tante persone attaccate allo schermo.

Can we reclaim our shrinking attention spans from 'TikTok brain'? | The  National

Ogni video su TikTok è dettato da un trend del momento, che esso sia un balletto, un determinato meme o uno stralcio di canzone decontestualizzata; questi trend hanno tutti una cosa in comune: sono tutti riconoscibili all'istante.

C'è stata l'era degli animali cosiddetti "brainrot", riconoscibili per l'uso palese dell'AI e una voce che li descrive, ci sono i GRWM, format in cui ci si prepara per uscire e nel frattempo si racconta una storia o si descrivono i prodotti che si sta usando, anch'esso riconoscibile grazie alla scritta GRWM che appare spesso in grassetto come copertina del video, abbiamo poi i classici balletti con la canzone del momento ecc ecc. Tutto deve essere identificabile immediatamente, altrimenti lo spettatore se ne va, scrolla, cambia video. Devo poter seguire un filo durante i miei scrolling, ed ecco che allora se "alleno" il mio algoritmo a quello che più mi piace, tramite likes, commenti e ricondivisioni, TikTok impara quello che voglio e che non voglio vedere, trasformando l'hook in qualcosa che non solo mi cattura, ma che mi aspetto di trovare, creando gratificazione.

TikTok Brain Explained: Why Some Kids Seem Hooked on Social Video Feeds -  WSJ

Ma allora tutto questo, che c'entra con l'opera?

Beh, voi guardereste mai 2/3 ore di qualcosa che non vi prende da subito? Sicuramente potreste dargli una seconda possibilità e ascoltare altri 10 minuti, ma se anche quelli fossero "piatti"?

Ecco che allora l'opera funziona come un TikTok (o forse sono i TikTok che funzionano come l'opera?): un'opera inizia con quello che viene chiamato Ouverture, l'apertura, che ha il compito di richiamare all'attenzione il pubblico. Si prenda per esempio l'ouverture della Gazza Ladra di Rossini: questo inizia con il rullante che sembra proprio dire "si comincia, attenti!". Ecco, questo è il nostro hook, quel gancio che ci prende subito e ci fa dire "mah...vediamo cosa succede".

E per quanto riguarda i nostri trend? Nell'ouverture non è affatto raro trovare melodie che ritroveremo poi durante l'opera: questo ritrovamento al nostro cervello fa bene, è l'equivalente dell'allenare l'algoritmo. Un celebre esempio possiamo trarlo dall'ouverture del Nabucco, di Verdi: il tema del famosissimo "Va pensiero" è presente sin da subito, molto prima che il coro lo canti nell'opera stessa; quando le voci lo intoneranno, per noi sarà gratificante ascoltarlo perché lo abbiamo già sentito (e il cervello è abitudinario, a lui queste cose piacciono).

Nell'opera esiste poi quello che viene chiamato Leitmotiv, il motivo conduttore, ovvero quel tema che viene associato a un personaggio ad una situazione e che, anche senza il personaggio in scena, ci rimanda proprio a lui. Per esempio, nella Tosca di Puccini, i primi tre accordi rappresentano Scarpia, il malvagio capo della polizia pontificia; nel corso dell'opera questi accordi torneranno di continuo, anche quando lui non è in scena, a sottolineare come la sua presenza incomba costantemente. Come dite? È come quella canzone di TikTok che vi è entrata in testa e canticchiate anche quando siete a lavoro? Esatto.

L'opera aveva capito una cosa, molto prima degli algoritmi: chi guarda, chi ascolta, non segue solo la bellissima (o bruttissima eh) storia che stiamo raccontando, ma segue dei segnali. Un tema infatti può dirci un sacco di cose su un personaggio (se è cattivo, buono, felice, triste ecc) o può benissimo portarci indietro di uno o addirittura due atti. È come se fossero le nostre notifiche odierne, le leggiamo magari anche di sfuggita, ma qualcosa abbiamo letto e sappiamo se preoccuparci (un "ti devo parlare" fa più paura di molte altre cose) o essere contenti (a tutti fa piacere ricevere un "ti offro una birra"); ecco la musica è uguale, magari la ascoltiamo distrattamente ma il nostro cervello la capta, la analizza e ci dice "questo personaggio è proprio un figo!" oppure "salutalo, sta per morire". Tiktok è uno strumento tanto bello quanto potente (anche noi della redazione lo usiamo, a proposito, ci segui già?) che usa quindi linguaggi, situazioni e meccanismi molto più vecchi di lui!

E qui allora arriviamo al punto: l'opera non è cosi lontana dal mondo in cui viviamo, è connessa a noi e alle nostre abitudini quotidiane, al modo in cui consumiamo i contenuti. Cambia solo il contesto, il linguaggio e, come abbiamo detto, la durata. Forse è proprio questo che ci allontana, il fatto che non abbiamo più voglia, o semplicemente non siamo più abituati a mantenere l'attenzione per più di 10/12 secondi. Ovviamente è più facile e accessibile un contenuto sulla piattaforma che una serata in teatro, ma davvero quest'ultima non ne vale la pena, ora che sappiamo che i meccanismi sono così simili? Fateci sapere cosa ne pensate e noi vi aspettiamo al prossimo articolo!

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